Ecco, da qui si può cominciare a parlare di Mafia.

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CONFERME BRUTTE per il csz.

Messaggio  Luciano Baroni il Gio Dic 23, 2010 11:15 am

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Re: Ecco, da qui si può cominciare a parlare di Mafia.

Messaggio  Luciano Baroni il Gio Gen 13, 2011 10:36 pm

Trattativa Stato-mafia




Scritto da Bartolomeo Di Monaco


Wednesday 12 January 2011

...Oggi faccio parlare due giornalisti, uno di Libero e uno del Corriere della Sera, i quali, suppongo, hanno partecipato alla stessa udienza nell’aula giudiziaria di Palermo e hanno udito le stesse parole e visto gli stessi protagonisti.
Eppure il resoconto di Giovanni Bianconi, del Corriere della Sera, non riporta alcuna traccia del riferimento fatto dal giudice Sabella sulla trattiva tra Stato e Mafia sotto il governo Ciampi “co-diretto al Quirinale da Scalfaro”.
Delle due l’una: o il giornalista di Libero, Chris Bonface, s’è inventato tutto, o il giornalista del Corsera ha avuto dei crampi alle dita.
Siccome mi pare una faccenda seria, mi consentano i due giornalisti di riportare integralmente i loro articoli, apparsi ieri sui loro rispetti quotidiani, perché i lettori se ne facciano un’idea.

Comincio dall’articolo di Libero (che è stato pubblicato ieri anche da Legno Storto, ma per facilitare il confronto tra i due cronisti ritengo opportuno pubblicarlo di nuovo):

Data 12-01-2011
Libero
Pagina 7
Foglio 1

Processo Mori
Un giudice conferma: il governo Ciampi trattò con la mafia
::: Chris Bonface

Sì, lo stato italiano cercò dì trattare la resa con la mafia all’epoca di Oscar Luigi Scalfaro presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi presidente del Consiglio, Nicola Manci­no ministro dell’Interno e Giovanni Conso mi­nistro della Giustizia, La rivelazione è arrivata ie­ri in un’aula di tribunale a Palermo da un testi­mone di eccezione: il magistrato Alfonso Sabel­la. attualmente in servizio al tribunale dì Roma. Chiamato a deporre al processo contro il gene­rale dei carabinieri Mario Mori, Sabella ha ricor­dato i suoi anni da pm a Palermo, quelli al Dap e soprattutto quelli alla procura dì Firenze quan­do collaborò con il pm della Dna Gabriele Chelazzi (oggi scomparso) all’inchiesta sulla tratta­tiva fra Stato e mafia. Sabelli, che è uno dei ma­gistrati più apprezzati dalle associazioni anti­mafia, ha rivelato che Chelazzi era convinto che il generale Mori avesse avuto da organi dello Stato un mandato a trattare con i boss di Cosa Nostra. Secondo io stesso magistrato «io Stato, dopo le stragi del ’93, tentò di dare un segno di disponibilità a Cosa Nostra alleggerendo il numero dei boss sottoposti al regime carcerario duro pre­visto dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario». la deposizione di Sa­bella è importante perché nonostante tutte le smentite, omissioni e parziali ri­velazioni sulla tratta­tiva fra Stato e mafia sotto il governo Scalfaro – Ciampi, sta emergendo con chiarezza come al­lora ci si arrese alle condizioni imposte da Cosa nostra. Secondo il ricordo di Sabella il suo col­lega Chelazzi carpì qualche elemento per rico­struire questa oscura vicenda «da un incontro che si svolse fra il generale Mori e l’ex vicecapo del Dap Francesco Di Maggio». Nel colloquio ci furono riferimenti espliciti alla direttiva gover­nativa di trattare con i boss di Cosa Nostra. E il clamoroso risultato fu la liberazione dal giogo del carcere duro per oltre 130 boss mafiosi dell’Ucciardone e per centinaia di detenuti ma­fiosi e camorristi nelle carceri campane. Fra i beneficiari vi furono alcuni dei protagonisti del­le stragi del ’92 in cui persero la vita i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e perfino uno dei rapitori e barbari assassini (sciolsero il corpo nell’acido) del giovanissimo Giuseppe Di Matteo, figlio del pentito Santino. A calarsi le braghe davanti a siffatti nobiluomini fu il tanto celebrato governo tecnico della fine della prima Repubblica, che oggi parte del Pd vorrebbe eri­gere a modello per sostituire l’odiato Silvio Ber­lusconi. Ma quel governo Ciampi co-diretto al Quirinale da Scalfaro, uno dei grandi moralisti della Repubblica, non solo invece di combatter­la si arrese senza condizioni alla mafia, ma si è tenuto questo segreto per quasi due decenni. Fi­no a quando chissà se per ingenuità o per ri­morso nel novembre scorso il quasi novantenne professore Conso ha deciso di rivelare i primi particolari di quel che accadde, sostenendo eli avere fatto tutto da solo senza informare nessu­no, proprio per vedere se quella grazia concessa ai boss fosse in grado di salvare l’Italia da nuove stragi. La versione di Conso è stata ritenuta sia dalla commissione antimafia che lo ha ascoltato sia dai magistrati palermitani che hanno aperto una inchiesta, assai poco credibile. Proprio per questo i pm palermitani alla vigilia di Natale hanno interrogato per lunghe ore a Roma sia Ciampi che Scalfaro, segregando il contenuto di quei verbali.

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Questo invece è l’articolo apparso, sempre ieri, sul Corriere della Sera:

CORRIERE DELLA SERA
Processo Mori/ Ultimo: accuse incredibili
Data 12-01-2011
Pagina 24/25
Foglio 1

L’ex pm antimafia: carabinieri del Ros, metodi non limpidi

DAL NOSTRO INVIATO

PALERMO — I carabinieri del Ros, il reparto d’eccellenza contro il crimine organizzato, avevano metodi d’indagine che non piacevano ai magistrati an­timafia di Palermo. Almeno ad alcuni. «Non riferivano mai quello che facevano, e questo provocò diffidenza», racconta l’ex pubblico ministero Alfonso Sabella, che nella seconda metà degli anni Novanta coordinò le ricerche dei principali latitanti di Cosa Nostra: «Non avevo mai il quadro completo della si­tuazione, mentre le altre forze di polizia fornivano le notizie quasi in tempo reale».
Sabella depone come testi­mone d’accusa al processo in cui l’ex capo del Ros Mario Mo­ri è imputato di favoreggiamen­to aggravato per la presunta mancata cattura del boss Ber­nardo Provenzano, nel 1995, in­sieme al suo collaboratore del­l’epoca Mauro Obinu. Ma per un’udienza diventa una sorta di processo al «metodo Ros», con­trofigura di quello in cui a Mila­no l’attuale capo del Raggruppa­mento operazioni speciali, il ge­nerale Giampaolo Ganzer, è sta­to condannato in primo grado a 14 anni di carcere. I reati sono diversi, ma il caso vuole che an­che lì fosse imputato il colon­nello Obinu, condannato a 7 an­ni; e sullo sfondo restano le mo­dalità operative, almeno per il passato, di questo fiore all’oc­chiello dell’Arma.
«Io so che eravamo i miglio­ri, se abbiamo sbagliato 0 fatto qualcosa di illegale ce lo dimo­strino», commenta orgoglioso fuori dall’aula il generale Mori. Dentro l’ex pm Sabella, oggi giu­dice a Roma, ricorda che lui e altri chiesero all’allora procura­tore Caselli di togliere al Ros l’esclusiva delle ricerche di Pro­venzano: «Non mi convinceva il metodo di lavoro, c’era scarsa limpidezza. Venivamo dalla mancata perquisizione del co­vo di Riina, il “peccato origina­le”; io dicevo sempre che con quello che trovammo in tasca a Leoluca Bagarella avevo fatto 200 arresti, figuriamoci quanto si poteva fare col materiale con­servato da Riina». Per quella vi­cenda il colonnello Mori è già stato processato e assolto, ma nella storia dei tormentati rap­porti tra Ros e Procura di Paler­mo resta un nodo mai comple­tamente sciolto. Ora il giudice Sabella ne aggiunge altri: «Quando arrestarono il latitan­te Mico Farinella, nel 1994, sco­prii che in tre precedenti occa­sioni l’avevano visto senza prenderlo. Io non ne sapevo nulla, e mi arrabbiai moltissi­mo. Poi si vociferava su rappor­ti di confidenza tra i carabinieri e uomini di Provenzano, in par­ticolare un certo Maniscalco che successivamente confessò di aver aiutato alcuni pentiti che progettavano omicidi. Quando Maniscalco fu assolto da questa accusa, seppi che dal Ros chiesero di non fare appel­lo».
Il magistrato aggiunge altri particolari, di quan­do lavorava a Paler­mo e delle valutazio­ni del suo collega Gabriele Chelazzi (morto nel 2003) che indagando sulla trattativa Stato-mafia s’era convinto di un ruolo del genera­le Mori: «Voleva in­quisirlo per favoreg­giamento della ma­fia, io replicai che se­condo me aveva sempre agito nell’interesse dello Stato. Lui mi rispose: “Lo dica e opponga il segreto di Stato”. Io penso che il Ros agisse non come for­za di polizia giudiziaria, ma per acquisire e usare informazioni sotto la direzione di altri. Sono mie opinioni, cosi come riten­go che Provenzano abbia tradi­to Riina, non impedendone la cattura».
Dopo Sabella, sul banco dei testimoni sale il colonnello Ser­gio De Caprio, che guidò l’arre­sto di Riina e ora mostra l’altra faccia del «metodo Ros». Protet­to dal solito paravento per im­pedire che venga ripreso in vol­to, l’ex capitano Ultimo difende il lavoro suo e dei suoi uomini: «Abbiamo sempre riferito ai magistrati delegati ciò che do­vevamo riferire. È incredibile anche solo pensare che uomini del Ros abbiano avuto rapporti con uomini di Provenzano. Ci sono carabinieri che hanno sa­crificato la vita per le nostre in­dagini, capito? Noi abbiamo la­vorato per il popolo e la giusti­zia, e il generale Mori ha sem­pre combattuto con noi. Era uno di noi, con lui non ci sono mai stati contrasti».
L’ufficiale nega il ritardato ar­resto del mafioso Farinella: «L’abbiamo preso appena avem­mo la sicurezza che fosse lui. So­lo dopo ci siamo resi conto che in passato l’avevamo già visto, ma senza riconoscerlo». E quan­do l’avvocato Basilio Milio, di­fensore di Mori, gli chiede se è vero che, come riferito dal figlio Massimo, l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino diede indicazio­ni sulla zona in cui si nasconde­va Totò Riina, risponde sicuro e un po’ stizzito: «E falso».

Giovanni Bianconi



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