TullianFineide.

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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Dom Dic 19, 2010 3:09 am



Fineide, il Terzo Polo e il precedente dell'Elefantino

Il percorso accidentato del presidente della Camera dopo lo "sdoganamento" del 1993



Roma, 16 dic (Il Velino) - Il quasi ventennale percorso politico di Gianfranco Fini dopo l'evoluzione dal Msi ad An al Pdl e infine nell'area terzopolista è costellato da scelte che hanno costretto gli analisti politici a commentarle come improvvide se non come “infortuni” sfociati nella maggior parte delle volte in veri e propri autogol. L’ultima mossa del presidente della Camera, la fondazione del Terzo Polo come reazione alla sconfitta nel duello con Silvio Berlusconi sulla sfiducia al governo, sembra ricalcare per modalità e tempistica l’operazione “Elefantino”. messa in piedi nel 1999 da Fini e Mario Segni, anche quella in chiave anti-Cavaliere.. Quell’anno Fini si impegna in prima persona per il “sì” al referendum sull’abolizione del voto di lista per l’attribuzione con metodo proporzionale di un quarto dei seggi della Camera. Il referendum, sostenuto anche dai Ds e da Di Pietro, viene osteggiato da Forza Italia che si schiera per l’astensione. Nella notte tra il 18 e 19 aprile le proiezioni Abacus danno per raggiunto il quorum. Stanno per cominciare i festeggiamenti quando il dato definitivo del Viminale gela i referendari: l’affluenza alle urne è stata del 49,7 per cento. Fini, affranto, parla di “beffa che farà il giro del mondo”. Dario Franceschini, allora vicesegretario del Ppi, commenta: “Basterà riguardare le trasmissioni tv di ieri sera per vedere la quantità di dichiarazioni arroganti dei leader sostenitori del 'si’ diventate improvvisamente, dopo poche ore, stupendi pezzi di antologia da 'Blob', da 'Striscia la notizia' e da 'Scherzi a parte'. Due su tutti: il grido di vittoria di Prodi e il ghigno di Fini nel dire minaccioso che il presidente della Repubblica non avrebbe mai potuto essere scelto tra i perdenti del referendum”. Una vicenda e un "ghigno" che richiamano alla mente il recente vaticino azzardato da Fini domenica scorsa ospite di Lucia Annunziata: “Non ho la sfera di cristallo ma credo di poter dire che Silvio Berlusconi non avrà la fiducia alla Camera”. Scottati dalla debacle referendaria, Segni e Fini pensano di farla pagare al Cavaliere, colpevole di aver caldeggiato l’astensionismo, presentando nel giro di 24 ore la lista Elefantino per un nuovo centrodestra con una nuova leadership. Il flop è clamoroso. Alle elezioni europee di giugno la lista prende il 10,3 per cento dei voti quando An, correndo da sola alle consultazioni europee del ’94, aveva raccolto il 12,5 per cento. Fini dà le dimissioni dalla guida di An, poi le ritira.


Già al principio del 1996 Fini aveva cercato di smarcarsi da Berlusconi con un’altra manovra azzardata finita per costare al centrodestra cinque anni di opposizione. Bel modo di ringraziare il Cavaliere, osservarono i commentatori politici, il quale solo poco più di due anni prima,alla fine del '93, aveva contribuito allo sdoganamento dal ghetto di Fini, ancora segretario del Msi, caldeggiandone la vittoria contro Rutelli nella corsa al Campidoglio. Nel febbraio ‘96, il capo dello Stato Oscar Luigi Scalfaro incarica la formazione di un nuovo governo ad Antonio Maccanico che si impegna a cercare una maggioranza che possa attuare una profonda riforma istituzionale. Berlusconi e D’Alema non si oppongono, ma Alleanza nazionale, spalleggiata da Casini, si mette di traverso e dopo due settimane Maccanico è costretto a rinunciare all’incarico. Il motivo? Fini aveva deciso di puntare tutto (sbagliando) sulle elezioni anticipate, convinto che An, anche in caso di sconfitta del centrodestra, avrebbe preso più voti di Forza Italia. Previsione completamente sballata: non solo Prodi andò al governo e il centrosinistra governò fino al 2001, ma il sorpasso di An su Fi restò una chimera. Il mea culpa arrivò oltre dieci anni dopo. “L’errore che non rifarei è dire ‘no’ a Maccanico - ammise Fini nel 2007 - . Anteposi un interesse di partito a un interesse di coalizione”. Una guerra più o meno sotterranea, insomma, quella portata da Fini a Berlusconi per oltre 15 anni, emersa talvolta alla luce del sole. Come quando nel 2007 il leader di An contestò la svolta del “predellino” annunciata dal Cavaliere: “Comportarsi nel modo in cui si sta comportando Berlusconi più che con il teatrino della politica significa essere alle comiche finali”, disse Fini sottolineando come non esistesse alcuna possibilità che An si sciogliesse per confluire nel nuovo partito. “Se vuole provare a rifare il premier deve fare i conti con me che ho pure vent’anni meno di lui. Mica crederà di essere eterno, lui a Palazzo Chigi non ci tornerà mai”, profetizzò Fini che nemmeno tre mesi più tardi fece dietrofront annunciando di condividere la proposta di dare vita al Pdl. E’ cronaca recente la rottura definitiva tra i due e la nascita di Futuro e libertà. Con Fini che ancora il 20 settembre scorso dichiarava al Corriere della Sera: “Fli non voterà mai la sfiducia al governo Berlusconi. Sappiamo cos'è la lealtà verso i nostri elettori”.


Oltre alle tensioni col Cavaliere vanno registrate quelle con gli alleati di governo e con gli stessi amici di partito. Discussioni non sempre accompagnate da toni cortesi. Nella notte tra il 2 e il 3 luglio 2004 il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti si dimise dopo un furioso scontro con Fini il quale, nel rimproverargli un uso eccessivo dei tagli, gli urlò: “Tu non capisci niente di politica”. La Lega, invece, rinfaccia al presidente della Camera soprattutto il voltafaccia sul tema immigrazione. Se nel febbraio 1997, in merito al disegno di legge del governo Prodi sull' immigrazione, Fini commentava positivamente “le espulsioni più rapide” e negativamente l’aspetto “del diritto di voto agli immigrati”, nell’ottobre 2003 riteneva “maturi i tempi per discutere del diritto di voto amministrativo per gli immigrati che vivono, lavorano, pagano le tasse in Italia e hanno ottenuto la carta di soggiorno”. Una posizione che il presidente della Camera ha poi continuamente ribadito tra le contestazioni del Carroccio. A ricordare gli scontri con i “camerati”, invece, è stato di recente Pino Rauti, in un’intervista a “Il Fatto Quotidiano” quando ha rievocato gli “sganassoni” e gli “schiaffi” ricevuti da Fini, segretario del Fronte della Gioventù, per mano di Viespoli (oggi capogruppo Fli al Senato) e Augello. Ma la frattura più violenta con gli ex amici missini Fini la scatenò abiurando al fascismo. “Non occorre impostare un rilancio del Msi su una operazione di ridefinizione ideologica: tutti quanti diciamo che siamo i fascisti, gli eredi del fascismo, i post-fascisti, o il Fascismo del Duemila”, disse l’attuale presidente della Camera nel luglio 1991 rilanciando poi nel giugno 1994: “Ribadisco che Mussolini è stato il più grande statista del secolo e comunque ci sono fasi in cui la libertà non è tra i valori preminenti”. Solo sei mesi dopo, in occasione del primo congresso di An a Fiuggi, arrivò la prima svolta. “È giusto chiedere alla destra italiana - dichiarò Fini - di affermare senza reticenza che l’antifascismo fu un momento storicamente essenziale per il ritorno dei valori democratici che il fascismo aveva conculcato”. Poi, nel novembre 2003, in visita a Gerusalemme, il taglio definitivo con il passato: Fini pronunciò frasi quali “il fascismo fa parte del male assoluto”, "Salò fu una pagina vergognosa" e “infami leggi razziali volute dal fascismo”. Non tutti a destra apprezzarono.


Durante il recente dibattito alla Camera sulla fiducia al governo, il deputato Pdl ed ex An, Massimo Corsaro ha snocciolato una serie di “conversioni sospette” del presidente della Camera tra cui quella relativa agli omosessuali e alla droga. Ospite del “Maurizio Costanzo Show”, l’8 aprile 1998 Fini affermò: “Se lei mi chiede: ‘Un maestro dichiaratamente omosessuale può fare il maestro?’, la mia risposta è no”. Nel dicembre 2006, intervistato dall’Espresso, dichiarò: “Se ci sono diritti o doveri delle persone che non sono tutelati perché fanno parte di un'unione e non di una famiglia servirà un intervento legislativo per rimuovere la disparità. La legge deve valere anche per i gay? Naturalmente, quando parlo di persone mi riferisco a tutti”. Sulla droga, invece, Fini confessò il 29 gennaio 2006, ospite della trasmissione di Fabio Fazio “Che tempo che fa”, di essersi fatto uno spinello. “E’ stato durante un viaggio in Giamaica - spiegò -. Devo anche dire che sono rimasto rintronato per due giorni”. La rivelazione giunse tre giorni dopo l’approvazione della dura legge sulle droghe, fortemente voluta dallo stesso Fini e da An, che contemplava tra l’altro pene da 6 a 20 anni per gli spacciatori, multe da 26 mila a 260 mila euro senza sostanziali distinzioni tra consumo di droghe leggere e pesanti e sanzioni amministrative quali la sospensione della patente o del passaporto.


Un dietrofront al limite della gaffe va invece ritenuto l’episodio d’inizio novembre 2005. Fini, ministro degli Esteri, annunciò da Gerusalemme che avrebbe chiesto al consiglio dei governatori per l’Agenzia sull’energia atomica di deferire l’Iran al Consiglio di sicurezza dell’Onu sul dossier nucleare. Non solo. Annunciò che avrebbe aderito alla fiaccolata di protesta promossa da Giuliano Ferrara sotto l’ambasciata iraniana a Roma. Dopo poche ore arrivò il passo indietro, giustificato attraverso la seguente nota: “Non ci sarò perché ci sono gravi e fondati motivi per cui la mia presenza lì come ministro degli Esteri potrebbe determinare conseguenze lesive anche per i nostri connazionali”. Un dietrofront giunto dopo che Teheran aveva protestato vivacemente col premier Berlusconi per la partecipazione del titolare della Farnesina a una manifestazione sotto un’ambasciata. Su Fini arrivarono le critiche della Fondazione Magna Carta, vicina al presidente del Senato, Marcello Pera. Opportuna la fiaccolata, fece sapere il sito web del pensatoio in un articolo dal titolo “Resta a casa Fini!”, “irrituale è invece che vi partecipi il capo della diplomazia”. E ancora, aggiunse Magna Carta, Fini “lasci le pubbliche manifestazioni ai cittadini e a quanti non avrebbero altro modo per esprimere il loro pensiero”. Altrettanto imbarazzo provocò una dichiarazione di Fini rilasciata il 7 marzo 2008 a proposito delle elezioni alla Casa Bianca. “Non credo che gli Usa siano pronti a una presidenza di Obama – disse - , non fosse altro perché è un nero, un afro-americano”. Nel denunciare il razzismo latente della frase di Fini, Veltroni commentò: “E' una gaffe che può avere gravi conseguenze nei rapporti tra l'Italia e gli Stati Uniti". E Pier Ferdinando Casini si rivolse così all’attuale compagno di viaggio nel Terzo Polo: “Fini precisi il suo parere o smentisca perché nessuno pensa che il colore della pelle sia una discriminante per guidare una nazione democratica”.



(Emanuele Gatto) 16 dic 2010 16:49

http://ilvelino.it/articolo.php?Id=1261429&IdCanale=16

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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Dom Dic 19, 2010 3:28 am

FINI SALVA DI PIETRO -

di Franco Bechis

Cambierà il regolamento parlamentare per non punire le intemperanze dell'ex pm




!!! Il presidente della Camera, Gianfranco Fini, ha deciso di graziare Antonio Di Pietro e perfino uno dei suoi piuttosto esuberante come Francesco Barbato da qualsiasi possibile provvedimento disciplinare per insulti ed «espressioni ingiuriose» rivolte ad altri colleghi parlamentari.



I due erano finiti sotto processo del collegio dei questori e dell’ufficio di presidenza della Camera per gli insulti rivolti a Silvio Berlusconi nelle sedute del 30 luglio, del 29 e del 30 settembre (queste due dedicate alla penultima fiducia richiesta dal governo a Montecitorio).



Il 30 luglio Di Pietro disse: «la testa della piovra si chiama Silvio Berlusconi. Lo dico qui in Aula e me ne assumo la responsabilità politica, personale e giudiziaria! È un personaggio che ha scelto di fare politica per un solo scopo», e fu interrotto dal presidente di turno della Camera (Rocco Buttiglione) che gli disse che gli insulti non erano consentiti.



Il 29 settembre ancora Di Pietro diede a Berlusconi del «capo piduista» e aggiunse: «lei è un vero maestro. Intendo dire maestro di massoneria deviata, che ha inteso? Un piduista di primo e lungo corso, un precursore della collusione e della corruzione di Stato», per concludere dandogli dello «stupratore» e specificando dopo il richiamo di Fini (a cui si era rivolto Berlusconi) che intendeva dire «stupratore della democrazia».



Il 30 settembre è stata la volta di Barbato a rivolgersi così a Berlusconi: «oggi il Presidente del Consiglio pensa solo ai piselli propri, alle cose proprie. Siamo partiti dal partito dell’amore e siamo arrivati alla politica della masturbazione… perché pensa solo ai piselli suoi!», e anche questa volta la presidenza (Rosy Bindi) lo ha richiamato a maggiore contegno.



Il triplice caso è approdato prima al collegio dei Questori, formato da due parlamentari del Pdl (Francesco Colucci e Antonio Mazzocchi) e da uno del Pd (Gabriele Albonetti).

Tutti e tre hanno stigmatizzato il linguaggio usato da Di Pietro e Barbato, quando si è trattato di proporre una sanzione disciplinare ai due, Albonetti si è opposto.

Così si sono portati gli incartamenti davanti all’ufficio di presidenza, chiedendo a Fini che per regolamento ne era il titolare di proporre lui la sanzione.

E lì è iniziata la pantomima.



In questo momento politico l’ultima cosa che Fini avrebbe mai voluto era censurare Di Pietro o i dipietristi.

Ma si rendeva conto che in effetti nelle aule parlamentari l’avevano entrambi sparata un po’ grossa.

Prima il presidente della Camera ha provato a rigettare la scelta sul collegio dei Questori: «se lì non c’è l’unanimità, io che posso fare?».



Poi, quando i funzionari gli hanno spiegato che non era necessaria una proposta di sanzione da parte dei questori, perché questa poteva essere autonomamente presa dal Presidente della Camera, Fini si è arrampicato su ogni muro possibile pur di non decidere.

E gli ha dato manforte nell’ufficio di presidenza il solo Albonetti, sostenendo che «la questione è

particolarmente delicata, trattando del difficile discrimine fra l’espressione ingiuriosa – che deve essere certamente sanzionata - e la critica politica, sia pure espressa con toni particolarmente forti e da disapprovare».



E siccome entrambi (e con loro Rosy Bindi e la dipietrista Silvana Mura) hanno scoperto che il regolamento parlamentare è un po’vecchiotto e non tiene conto «dell’oggettivo scadimento del linguaggio e del comportamento parlamentare».

L’assist iniziale l’ha lanciato la Bindi e Fini l’ha colto al volo.



Nessuna sanzione a Di Pietro e di pietristi perché il regolamentodella Camera non è chiaro su cosa sia davvero un insulto e cosa una forte, ma legittima critica politica.

Dando per scontato quindi che dire che Berlusconi è il capo della piovra e che pensa solo a masturbarsi sia critica politica un po’ fortina, ma legittima visto che non può essere sanzionata.

Era difficile appellarsi a Fini per difendere Berlusconi, certo.

Ma il compito spetta al presidente della Camera e incidentalmente su quella poltrona super partes siede un uomo calatissimo nella parte.

Che ha scelto di affidare alla giunta per il regolamento il compito di modificare le norme nel dettaglio.

Ci sarà da divertirsi a leggere le riunioni nel dettaglio.

Perché dovranno stabilire per ciascun termine se si tratta di insulto o critica politica.

Cose del tipo: «mafioso sì, pisellone no…».

Ah, che meravigliose istituzioni che abbiamo



https://www.facebook.com/angela.piscitelli2/posts/153476451367011#!/notes/minzolini-fan-club/-fini-salva-di-pietro-/475865311586
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SWG, la cui proprietà è a sinistra, come sanno TUTTI.

Messaggio  Luciano Baroni il Dom Dic 19, 2010 10:48 am

SWG, la cui proprietà è a sinistra, come sanno TUTTI.
domenica 19 dicembre 2010, 08:00


Gli italiani sfiduciano Fini: deve dimettersi



Roma- Se Gianfranco Fini non si dimette, lo «dimettono» gli italiani. Con un messaggio forte e chiaro, praticamente una lettera di licenziamento a mezzo stampa. Il 59 per cento dei nostri connazionali pensa infatti che il presidente della Camera dovrebbe mettere la parolina «ex» davanti alla sua carica, lasciando la Camera dei deputati. Lo dice un sondaggio condotto dall’istituto di ricerca Swg per Trendsetting, il sondaggio settimanale del sito affaritaliani.it. Quasi sei italiani su dieci, e quindi non solo gli elettori di centrodestra, sono stanchi di avere aggrappato alla terza poltrona dello Stato un uomo che negli ultimi mesi si è reso protagonista delle seguenti prodezze, non necessariamente in ordine di importanza: aver consentito la svendita del patrimonio devoluto da Anna Maria Colleoni ad An; aver permesso o quanto meno non impedito che nell’appartamento di Montecarlo, che di quell’eredità costituiva il pezzo pregiato, andasse a vivere il cognato Giancarlo Tulliani; aver lungamente taciuto sull’imbarazzante vicenda; aver tradito il suo elettorato uscendo dal Pdl e diventando opposizione di chi aveva portato lui a Montecitorio e molti suoi uomini al governo; aver cercato di far cadere il governo senza nemmeno riuscirci, clamorosa gaffe politica che entrerà tra vent’anni nei libri di testo di storia contemporanea. Tutto questo aggiunto al fatto che ormai Fini si trova a presiedere un’assemblea che lo ha eletto a maggioranza due anni e mezzo fa ma che oggi non lo rieleggerebbe. Una specie di sopravvissuto politico, un’anomalia.

Insomma, ce n’è abbastanza per una mozione di sfiducia coram populo. Che puntualmente arriva attraverso il sondaggio Swg, condotto su un campione di 2800 italiani i giorni 16 e 17 dicembre, stratificato per sesso, età e residenza. Interessante la scomposizione della risposta al quesito riguardante Fini per collocazione politica degli intervistati. Solo gli elettori di centrosinistra «salvano» Fini, con un 25 per cento di sì alle dimissioni e un 75 per cento di no. Gli elettori di centrodestra invece sfiorano il plebiscito: l’82 per cento vuole Fini lontano da Montecitorio e solo il 18 per cento ritiene giusto che resti al suo posto. Ma anche gli elettori che si definiscono di centro o non si definiscono proprio sono contro Fini: il 67 per cento è favorevole alle dimissioni, il 33 per cento no.

Non è questo il solo dato saliente del sondaggio Swg-affaritaliani.it: una seconda domanda evidenzia che la maggioranza degli italiani (il 54 per cento del campione) ritiene che, dopo la fiducia per tre voti strappata dal governo, sarebbe comunque meglio andare al voto: a caldeggiare il ritorno alle urne sono soprattutto gli elettori di centrosinistra (tra i quali il sì al voto anticipato tocca il 63 per cento), seguiti da quelli del centrodestra (53), mentre tra i centristi e i non etichettati prevale la voglia di lasciare tutto così com’è (57 per cento). Strano l’entusiasmo degli elettori di sinistra per un appuntamento elettorale che secondo gli stessi interpellati dalla Swg rischia di trasformarsi in un bagno di sangue per il Pd e per i suoi fratelli: secondo il 53 per cento del campione rivincerà il centrodestra (ma tra gli elettori del Pdl addirittura il dato tocca l’81 per cento), secondo il 20 per cento il centrosinistra (e anche tra gli elettori progressisti la fiducia è scarsa: solo il 51 per cento crede in una vittoria) e secondo il 15 per cento il presunto terzo polo, quel raggruppamento più o meno convinto di Fli, Udc, Api e Mpa. C’è un dodici per cento che non sa, quasi tutti di sinistra o centristi.
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Dom Dic 19, 2010 10:52 am

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da : Il legno storto.

Messaggio  Angela il Dom Dic 19, 2010 4:48 pm

Vita e prodezze di un ex-vicecapogruppo.

C’era una volta un vice capogruppo alla Camera sposato con la proprietaria di una società produttrice ben inserita in Rai.
Due giornalisti, Marco Travaglio e Peter Gomez, ce lo raccontarono nel loro “Inciucio”, diversi anni fa.
All'epoca il presidente di una delle due Camere si reggeva ancora alla gonnella di Berlusconi e lo stesso vicecapogruppo, come voci del pettegolissimo corridoio di Via della Scrofa riferivano, non era avaro di apprezzamenti per il Premier.
Era ancora il tempo in cui la direttrice de l’Unità Concita De Gregorio, per parlare della vittoria del centrodestra con Caldoro nelle regionali, scomodava l’epiteto di “terra dei Casalesi” per definire la Campania.
Quel tempo finì quando l’odiato vicecapogruppo si riciclò sulla scena nazionale come l’uomo forte dei dissidenti in seno alla maggioranza. Da vicecapogruppo del partito di maggioranza divenne capogruppo del nuovo partitino, la serpe nel seno del governo.
E’ così che avvenne la trasformazione, come in quei film americani dove lo studente sfigato di turno diventa improvvisamente amato e corteggiato dal gruppo più “cool” della scuola.
Per il nostro politico si aprirono le porte dei programmi più impegnati della televisione italiana ed iniziarono ad arrivare i plausi dei radical – chic che in precedenza, pur di attaccarlo, non gli risparmiavano battute da osteria sul cognome non proprio felice.
Persino i due giornalisti sempre pronti a divulgare le strane coincidenze negli affari di certi politici italiani, vennero colti da leggera amnesia: proprio Travaglio, il giornalista con l'ego più smisurato d'Italia, ha dimenticato di rivendicare la paternità delle rivelazioni sulla società della moglie dell’ex vice capogruppo.
Infatti, quando il Giornale dedicò diversi articoli alla società di produzione e ai suoi contratti Rai, non solo Travaglio e Gomez non ricordarono che i primi a parlarne erano stati loro nell’Inciucio, ma si unirono alla vulgata che accusava Feltri di essere il manganello del Premier.
Persino alla De Gregorio, quella della Campania definita come “terra dei casalesi” se a vincere lì era il centrodestra, il braccio destro del presidente-capopartito (anche se eletto in Parlamento con il di un altro partito nel seggio di Casal di Principe) cominciò a non dispiacere, vista la credibilità che il suo giornale attribuì alle accuse assurde sul "dossieraggio" nel caso Montecarlo.
Chiaramente la favola qui sopra ha come protagonista un personaggio che forse il lettore più accorto avrà potuto riconoscere, l'esponente principale dei “falchi” del "nuovo" partitello.
Ma lui non è solo l’uomo di Palazzo, quello che vediamo nei salotti televisivi o in barca con parlamentari d’opposizione. Il capogruppo novello è infatti la macchina organizzativa su cui il capopartito-presidente di un ramo del parlamenti può contare per la sua nuova avventura.
Il bacino principale di uomini per il presidente è la “terra dei Casalesi” (per citare la De Gregorio) dove il novello capogruppo ha stabilito il suo quartier generale. L’ultimo evento pubblico di questo partitello si è anzi organizzato proprio a Napoli.
Ma il presidente ha parlato chiaramente, lasciando intendere che il nuovo movimento non sarà l’ennesimo partitino clientelare e ribadendo che i presenti non dovranno aspettarsi favori o candidature. Certo, la sua parola non ha molto valore se si ripensa alla recente promessa di dimissioni dallo scranno più alto di una delle Camere se l’affaire monegasco si fosse evoluto fino ad inchiodare il cognato, salvo poi ignorare l’e-mail che confermava le responsabilità del giovane fratello della compagna, agli atti dei magistrati.
E dire che proprio il suo stretto collaboratore campano, in occasione della richiesta di dimissioni per Nicola Cosentino, riteneva «opportuno che su questo (gli elementi venuti fuori contro il sottosegretario) si dovessero riunire il gruppo del Pdl alla Camera e i vertici del partito, una riunione della direzione nazionale per decidere se Cosentino, alla luce di documenti e atti di cui i giornali hanno ampiamente scritto, è bene che resti al governo o meno».
Dunque lo stesso novello capogruppo-capopartito in Campania che invocava le dimissioni del suo rivale Cosentino, non per indagini della magistratura sfociate in una sentenza, ma per quanto scrivevano le cronache, di fronte ai «documenti e agli atti di cui i giornali hanno ampiamente scritto» sullo scandalo della casa di Montecarlo, si è trasformato nel più strenuo difensore del presidente e sempre in prima fila a rispondere a chi chiedeva la sua testa.
Ma è possibile che nessun organo d’informazione in Italia, eccetto i soliti il Giornale, Libero ed Il Tempo, faccia notare le contraddizioni su cui si fonda il nuovo movimento staccatosi dal partito di maggioranza?
Si può sorvolare sul fatto che i suoi dirigenti abbiano vissuto 16 anni di politica berlusconiana comodamente accomodati ai posti alti ed ora, all’improvviso, scoprano che il Premier è un dittatore pregiudicato?
Ma davvero il presidente-capopartito pensa di cavarsela, per cancellare quasi un ventennio da numero 2, con un “dovevamo uscire prima”? Come fa a dire d’ispirarsi, per il suo nuovo partitello, allo spirito iniziale del partito di maggioranza, quando tutti ricordano che lui salutò la fondazione del nuovo partito del Premier con uno sprezzante, “siamo alle comiche finali”? Ma come fa, nel bel mezzo della bufera sui contratti miliardari con la Rai di sua suocera casalinga, a dire che il suo movimento non avrà nulla a che fare con il nepotismo e il favoritismo?
L’ambientazione scelta per presentare un movimento giustizialista e anticlientelare sottrae ulteriormente credibilità alle parole del romagnolo (ci ritroviamo nel campo del decimale, a furia di sottrarre credibilità).
La contraddizione è nella storia stessa del responsabile di quest’ambientazione: il rospo diventato principe della sinistra italiana: il nostro onorevole novello capogruppo.
Formatosi politicamente come figlioccio di Tatarella, il Nostro compie un passo importante nella sua vita sposando la figlia di uno degli uomini più potenti e ricchi di Napoli, l’imprenditore Eugenio Buontempo.
Se il presidente del novello partito ha problemi di credibilità con la suocera, il Nostro non è da meno col suocero. Buontempo risulta invischiato in buona parte degli scandali che hanno attraversato la “Napoli da bere” degli anni ’80. Il più famoso è probabilmente l”Irpiniagate”, che vede messi al banco degli imputati i protagonisti della gestione del dopo terremoto.
Lo chiamano ancora “il giorno dello sciacallo”, quel 23 novembre 1980, data del terribile sisma abbattutosi su Campania e Basilicata che si portò via 300 persone.
La prevista ricostruzione costituisce una miniera d’oro per imprenditori e politici locali. Tra gli imputati nel processo per corruzione, spicca il nome del suocero del Nostro, al fianco di nomi più blasonati come quello di Cirino Pomicino e di Ferlaino.
Buontempo e gli altri sono stati assolti definitivamente l’anno scorso dalla Corte d’Appello, per prescrizione: sono passati troppi anni dal fatto per poterli giudicare.
Ma la notorietà nazionale, il cavalier Buontempo, l’aveva raggiunta con l’acquisto a prezzo stracciato di una delle flotte più famose del mondo: la flotta Lauro del’ex sindaco di Napoli, Achille.
Divenuto vecchio “o’ Comandante” e fatte sempre più incessanti le richieste delle banche creditrici, l’azienda viene commissariata grazie alla legge Prodi, che prevede il sostegno statale col congelamento di tutti i debiti di cui diveniva garante lo Stato.
E’ l’ultimo commissario dell’azienda, il giovane Flavio De Luca, a vendere tramite asta, con l’assenso del ministro repubblicano Battaglia, ciò che rimaneva della flotta a due imprenditori campani: Salvatore Pianura ed Eugenio Buontempo.
La cessione fu sbrigativa e, secondo la testimonianza dell’armatore Giacomo Costa, vide De Luca rifiutare offerte maggiori di altri imprenditori interessati (le offerte presentate inizialmente erano tre e quella di Pianura e Buontempo era la meno conveniente: 9,1 miliardi contro i 9,5 di Giovanni Di Maio e i 10 miliardi del gruppo Matacena).
All’inizio degli anni ’90 la magistratura decise di indagare su quell’asta poco chiara. Pianura, Buontempo,De Luca e gli altri protagonisti di questa brutta storia, vengono incriminati e poi condannati dalla nona sezione penale del tribunale di Napoli per reati che vanno dall’interesse privato al peculato. Quattro anni, 7 milioni e mezzo di multa e 10 mesi di interdizione dai pubblici uffici per il suocero di Italo Bocchino.
Ma la sentenza di secondo grado ribalta questa decisione, assolvendo tutti.
I pm avevano rimproverato a Buontempo e Pianura di essersi impossessati addirittura gratuitamente della flotta Lauro, in cambio del pagamento del Tfr dei dipendenti.
Ad alzare la voce contro l’asta che aveva premiato i due imprenditori, anche il figlio del Comandante Lauro, che in un’intervista del ’92 al Corriere denunciò un progetto politico volto a togliergli l’azienda di famiglia (e con essa i privilegi marittimi).
In effetti, dopo aver vinto l’asta, il cavaliere Buontempo non s’impegna a ridare alla flotta lo splendore di una volta ma la smembra, vendendo subito quattro navi al prezzo di quattro miliardi.
Ma Buontempo non si accontenta soltanto del mare e quando il suo amico Claudio Signorile, esponente storico dell’ala anticraxiana e filocomunista del Psi, diventa ministro dei trasporti, il suocero del Nostro approfitta della liberalizzazione dei cieli decretata per scendere in campo con una sua compagnia aerea.
La Alibù airways spa non fa a tempo a nascere, che finisce nei documenti di un’inchiesta genovese su presunte tangenti al ministero dei Trasporti per ottenere in cambio le concessioni di volo.
Nel 1988 la Corte dei Conti chiede all’ex ministro Claudio Signorile, tramite atto di citazione, un miliardo e mezzo per danno erariale allo Stato. I giudici contabili imputano a Signorile l’affitto esclusivo, durante il suo mandato, di aerei facenti riferimento alla compagnia del Buontempo a prezzi eccessivi, pagati ovviamente dai cittadini italiani.
Siamo all’alba del più grande scandalo mai abbattutosi sulla classe dirigente del nostro paese, Tangentopoli. Occasione ghiotta per mazzette ed appalti nel territorio napoletano, è la modernizzazione prevista per l’organizzazione dei mondiali di calcio nel 1990.
Potendo contare sull’amicizia dei più potenti uomini politici campani, il progetto di “rifare la faccia” a Napoli, in occasione della più importante manifestazione calcistica, fa brillare gli occhi agli imprenditori più conosciuti della zona.
Buontempo ovviamente è uno di questi.
Il progetto più ambizioso è la Linea Tranviaria Rapida che l’assessore Silvano Misciari dà per certa in occasione dei mondiali. Si tratta di una metro veloce che avrebbe dovuto attraversare i sotterranei di Napoli e poi venirne fuori.
I lavori partono a razzo e una montagna di denaro pubblico si riversa nei cantieri. L’appalto viene concesso all’Ansaldo Trasporti ma Buontempo, tramite l’amico Di Donato, riesce a ritagliarsi uno spazio nei lavori. Lavori che si arenano incredibilmente per anni, rivelando il malaffare nella gestione degli appalti e costringendo il famoso assessore Misciari a scappare, travolto da un mandato per associazione a delinquere. Cercano Misciari, trovano la moglie e la suocera. Arrestate in quello che è lo scoppio della Tangentopoli vesuviana e che vede, con estrema rapidità, la fuga all’estero dei personaggi coinvolti.
Cominciano a spuntare anche i pentiti, come il parlamentare Alfredo Vito che alla fine patteggia due anni e restituisce 5 miliardi e mezzo. Promette allora, il democristiano eletto con 100 mila preferenze, che non si sarebbe mai più ricandidato.
Nel 2006 infrange la parola che aveva dato e si rituffa nell’agone politico, eletto con Forza Italia. Forse è la vocazione a non mantenere le promesse che lo spinge oggi a guardare con simpatie il capopartito-presidente e il suo movimento, a cui aderirà. Quando ci saranno le elezioni, vedremo se non verrà messo in lista un portatore di voti come Vito oppure, come è abituato a fare, si scorderà di aver polemizzato con il Premier chiedendo di “evitare candidature poco trasparenti”.
In ogni caso il movimento che nasce contro il clientelismo e a favore della legalità, l’altro giorno a Napoli poteva vantare la presenza del primo reo confesso della Tangentopoli napoletana. Quello scandalo travolge in prima persona anche il suocero del Nostro, bersagliato da quattro mandati di custodia cautelare.
Il cavaliere del lavoro scappa a Praga e si dà alla latitanza d’oro, al fianco di una moretta ben più giovane di lui. Lo cercano per concorso in corruzione: secondo gli inquirenti ha pagato la politica per avere libero accesso agli appalti. Lui stesso, raggiunto nella capitale ceca dalla giornalista Maria Latella nel marzo 1993, ammette di aver “sempre dato tanto” ai politici.
Quasi un anno dopo, davanti ad un ristorante nel centro della bella Praga, la latitanza di Eugenio Buontempo finisce grazie ad un’opera congiunta dei carabinieri con la polizia ceca.
Sempre in compagnia della bella moretta, l’imprenditore viene ammanettato e condotto su una volante con un cappuccio a coprirgli il volto. Una fine ingloriosa per un cavaliere del lavoro e un ennesimo colpo duro alla già debole immagine internazionale del nostro paese. Alcuni organi di stampa cechi riportano la notizia con grande enfasi, parlando addirittura (erroneamente) di arresto di “un membro della mafia italiana”.
Secondo la polizia italiana, come ci fanno sapere “Droggy - info”,”Tn.cz Nova”ed anche il tedesco Berliner Zeitung, il suocero del nostro è “una delle persone più importanti della criminalità economica e politica del paese.”
Nell’intervista rilasciata alla Latella, il 61enne imprenditore, accompagnato dalla prediletta Gabriella, ha pareri opposti sulla magistratura italiana rispetto a quelli che oggi professa continuamente il più celebre marito della figlia. Addirittura dichiara di disprezzare la categoria delle toghe solo tanto quanto solo quella dei giornalisti; mentre per il Nostro la magistratura è “il baluardo per garantire la giustizia”.
Sembra incredibile che la vita di un pluri-indagato come Buontempo e quella di un paladino della legalità come il Nostro, possano intersecarsi. Eppure l’amore ha potuto anche questo.
Tuttavia, non è solo l’affetto per la figlia e la moglie che accomuna i due. Intanto c’è Alfredo Romeo, imprenditore campano, balzato per la prima volta agli onori della cronaca nel 1993 con lo scandalo della Tangentopoli napoletana.
Romeo, come Buontempo, è uno degli imprenditori accusati di aver pagato i politici per ottenere in cambio appalti nell’opera di modernizzazione per Italia ’90. Romeo, all’epoca, un appalto importante lo ottiene; quello per il censimento e il patrimonio immobiliare del Comune. Nel ’93 se la vede brutta come il cavalier Buontempo e si dà alla macchia, proprio come quest'ultimo. Ad inchiodarlo, la testimonianza del pentito Alfredo Vito (arieccolo! Com’è piccolo il mondo), dopo la quale, per restituire pan per focaccia, l’imprenditore decide di parlare con i giudici.
Proprio come Buontempo – che dalla latitanza di Praga tuona contro Vito accusandolo di non avere le palle – Romeo non è gentile con l’ex parlamentare democristiano e coi suoi colleghi politici. In un interrogatorio fiume con tanto di lacrime, l’immobiliarista ammette di aver pagato tangenti perché costretto dai politici che volevano sempre più soldi dopo avergli assegnato l’appalto.
Quasi un ventennio dopo, il nome di Alfredo Romeo ricompare sulle pagine di tutti i giornali stavolta al fianco di quello dell’allora vice capogruppo dei deputati del partito di maggioranza.
Siamo nel Dicembre 2008, quando si viene a sapere dell’inchiesta sull’affare da 400 milioni di euro “Global service”, progetto per la riparazione delle strade napoletane che ha trovato l’approvazione del consiglio comunale ma non è mai stato realizzato.
Alfredo Romeo viene arrestato insieme ad altri quattro assessori della giunta Iervolino.
Nella lista degli indagati compare anche il nome del Nostro, il quale secondo i magistrati, si sarebbe «adoperato per consentire all’imprenditore il proseguimento dei propri fini illeciti nel settore degli appalti, sia nella città di Napoli che nella città di Roma, in questo secondo caso intervenendo presso esponenti del Consiglio di Stato per sostenere Romeo.»
Il partito di maggioranza fa quadrato intorno al suo vice capogruppo alla Camera, mentre lui si dichiara sereno anche se, dal suo blog personale, non risparmia una frecciatina ironica a quella magistratura che, due anni più tardi, diventerà “baluardo di giustizia”. Egli è coinvolto nell’inchiesta da una serie di intercettazioni telefoniche con Romeo, nelle quali sembra mostrarsi molto reverente nei confronti dell’imprenditore, con numerose rassicurazioni.
Romeo si dichiara preoccupato per la presentazione in Consiglio comunale di emendamenti critici (fatti da An) verso il suo “Global service”. Il Nostro ci tiene a rassicurarlo e si compiace, in una seconda telefonata, per il ritiro degli emendamenti in questione.
Il paladino della legalità si spinge fino a dichiarare all’amico, già inquisito come il suocero, che «ormai... siamo una cosa... quindi... consolidata, un sodalizio, una cosa solida... una fusione di due gruppi». Secondo i magistrati inquirenti sarebbe esistita una “struttura organizzata unitaria", in un’«ottica di contiguità, stabile comunanza e reciprocità di interessi che lega tra loro molti degli indagati».
Due anni dopo l’inchiesta si è risolta con la condanna di Romeo a due anni e l’assoluzione per tutti gli altri imputati.
Anche la posizione del Nostro, che era solo indagato, è stata chiarita anche se il contenuto delle telefonate non ha di certo giovato alla sua figura.
Altro punto di convergenza tra suocero e genero è rappresentato dal quotidiano Il Roma.
Il giornale a cui il Comandante Lauro era particolarmente affezionato, nel momento del crack del suo gruppo, quando ciò che rimane dell’azienda viene smembrato, finisce sotto il controllo del solito Buontempo. Il cavaliere, che già possiede Il giornale di Napoli, non bada troppo alla sua nuova proprietà.
Ma è proprio il comitato di redazione de Il Roma a chiedere alla magistratura di fare chiarezza sulla cessione della flotta Lauro, di cui abbiamo già parlato. Quando tutti gli imputati furono assolti, compreso Buontempo, l’unica macchia rimane addosso al commissario De Luca proprio per la svendita del quotidiano. 1 anno e 10 mesi. La redazione vince almeno questa battaglia giudiziaria, consolazione per la mancata riedizione di un quotidiano così prestigioso che per 10 anni (dall’80 al ’90) chiude i battenti.
Anni dopo, in un’intervista, De Luca si dice molto rammaricato per quella condanna e dichiara che, col senno di poi, non avrebbe più accettato l’offerta di Buontempo e Pianura per la flotta Lauro.
Anche il Nostro ha avuto ed ha ancora a che fare con Il Roma.
Nel 1996, infatti, a rilanciare l’ex foglio di Lauro ci pensa il padre politico del parlamentare di Casal di Principe, Tatarella, che converte l quotidiano in organo d’informazione del suo movimento culturale “Mediterraneo”. Ancora oggi il Nostro è editore de facto del giornale napoletano.
Il Roma è stato anche l’organo che ha pubblicato l’anticipazione sulla richiesta d’arresto di Nicola Cosentino, casualmente rivale politico del Nostro in Campania.
La colpa che la nuova formazione dissidente alla quale il Nostro appartiene attribuisce a Berlusconi (essere mandante degli scoop contro Fini de il Giornale), potrebbe essere rigirata al novello capogruppo alla Camera?
Ma il Nostro ha le sue belle gatte da pelare,anche senza dover scomodare le vicissitudini familiari e monegasche. Il suo cruccio peggiore porta il nome di Loris Bassini: un signore nato nella terra del Duce, Predappio. Bassini ha accumulato quasi 12 anni di condanna per truffa e ricettazione.
E’ ad un simil personaggio che il Nostro, campione di legalità, si rivolge per salvare la società di produzione della moglie e il già citato Roma, che navigavano in cattive acque.
Tra le condanne di Bassini, c’è quella irrogata dal tribunale di San Marino che lo obbliga a restituire al conte Vitali 20 miliardi di vecchie lire, che l’aristocratico gli aveva affidato nel 2000. Una parte di quei 20 miliardi, come accertato, provenivano dal pagamento per il lavoro svolto da Vitali in qualità di mediatore nel famoso affaire Telecom Serbia.
E il faccendiere Bassini come ha impiegato i venti miliardi del conte? Ce lo dicono i magistrati torinesi che hanno indagato sulla vicenda:
«Bassini erogò nel corso del 2001 1,8 miliardi di lire ad una società, Goodtime Sas, di cui socia accomandataria era Gabriella Buontempo, moglie dell'on. …[il Nostro], successivamente componente della commissione d'inchiesta Telekom Serbia; e 2,4 miliardi di lire alla società Edizioni del Roma, di cui socio e Presidente del Consiglio di Amministrazione era lo stesso on. … [il Nostro] ... Entrambe queste operazioni vennero promosse da Silvana Spina, ottima amica della moglie dell’on. [il Nostro], Gabriella Buontempo, e che aveva messo in relazione la famiglia … [del Nostro] con quella di Vitali … 1,850 miliardi non sono stati restituiti ....".
Dunque gli unici soldi accertabili di Telecom Serbia sono stati usati proprio dall’inconsapevole … [sempre il Nostro], che non conosceva la provenienza originaria del denaro. Fatto sta che, alla faccia del conflitto d’interesse, il Nostro era anche membro della commissione che doveva far luce sul caso Telecom Serbia.
Costretto a restituire i soldi, Bassini chiede indietro confidenzialmente i soldi prestati al Nostro e consorte. Incredibilmente però i due temporeggiano e costringono il faccendiere a rivolgersi alla giustizia.
Il pignoramento della casa di Corso Vittorio, dove risulta residente la moglie del Nostro, viene rimandato per due volte. La terza volta, ad aprire la porta di casa, come riferisce Bassini, è un prefetto che dichiara di essere in affitto.
Bassini riesce a far pignorare il pagamento dell’affitto della casa dei coniugi … [il Nostro e Signora] e ottiene anche il sequestro di una loro casa in Abruzzo.
Recentemente, a pubblicare queste informazioni nel silenzio generale, è stato Il Giornale che si è occupato anche della casa di produzione “Goodtime enterprise”, di Gabriella Buontempo.
Moglie e marito sembrano avere in comune, oltre alla vita insieme e i debiti con Bassini, anche una spiccata tendenza al flop. La Buontempo come produttrice di film non ha fatto faville al botteghino.
Titoli come “Una bruttina stagionata”, “Fa un sorriso”, “Mi sei entrata nel cuore come un coltello” fino al più recente “Amore che vieni, amore che vai”, non hanno riscontrato il successo del pubblico e nemmeno un particolare consenso della critica. Eppure gli ingredienti per un buon risultato c’erano tutti: valido e conosciuto cast, registi di talento e, soprattutto, il sostegno economico dello Stato.
“Una bruttina stagionata”,”Mi sei entrata nel cuore come un coltello” e “Amore che vieni, amore che vai” hanno intascato tutti e tre i sussidi della presidenza del consiglio per lo spettacolo. “Fa un sorriso” è stato sostenuto da un fondo europeo previsto per le co-produzioni.
Anche il Nostro, al di là della recente notorietà, non è stato particolarmente fortunato.
E’ difficile dimenticare la disfatta elettorale del 2005, proprio nella sua Campania. Egli si presentò come leader della coalizione di centrodestra contro l’ex governatore Bassolino, già logorato da due mandati a Napoli e dagli scandali sui rifiuti che cominciavano a venir fuori. Il vice Nostro si fermò al debole risultato del 34,4 %, contro il 61 % del candidato di centrosinistra.
Altro episodio indimenticabile nella carriera del Nostro, è il famoso “pizzino” passatogli da Latorre in diretta tv. Per i più smemorati, il periodo di riferimento è quello che vedeva la discussione sull’elezione del presidente di Vigilanza Rai. Ad un dibattito televisivo su La7, incalzato dall’IDV Donadi, l’allora vice capogruppo del Partito di maggioranza è in chiara difficoltà.
Latorre, parlamentare Pd (partito alleato dell’IDV), si muove in soccorso del campano suggerendo, con un “pizzino”, di ricordare a Donadi che lo stesso problema per la Vigilanza Rai era stato alzato dal partito di Di Pietro per l’elezione in Corte Costituzionale di Pecorella.
Bocchino, come fosse un pupazzo nelle mani del ventriloquio Latorre, accoglie il suggerimento e ripete le parole del collega rivale. Se Latorre fa la figura del masochista, il Nostro non ne esce meglio: l’episodio lascia pesanti dubbi sulla sua capacità di partecipare autonomamente ad un dibattito politico.
Ma infine, il Nostro resta un valido collaboratore del suo capoccia, tanto che mi chiedo se il presidente della Camera non si sia ispirato alle gesta del suo capogruppo quando ha detto che “è impossibile parlare di legalità, o peggio, predicarla, se poi trapela la volontà di non rispettare le regole”.

Nico Spuntoni

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Angela
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Dom Dic 19, 2010 7:58 pm

Se ci fai caso e se hai letto molto, se non tutto, di quanto ho postato sino ad ora, c'è quasi tutto.

Ciao.
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Luciano Baroni

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Guarda qui, Angela, corsi e ricorsi di un tempo che fu ( FascioComunismo ).

Messaggio  Luciano Baroni il Dom Dic 19, 2010 8:02 pm

19/12/2010, 05:30

FFli si schiera con la protesta


Futuro e Libertà prende a pretesto gli scontri a Roma degli studenti per attaccare il governo.


Lo fa, con un lungo editoriale, Filippo Rossi, direttore di Ffwebmagazine, il magazine online di Farefuturo, la fondazione di Gianfranco Fini. «Interpretare la manifestazioni di dissenso giovanile come una semplice questione di "polizia" – scrive – è un errore epocale che una classe dirigente fa quando è arrivata alla fine del suo percorso, della sua esperienza pubblica. È l'errore epocale che fanno i vecchi quando scambiano i loro figli per barbari ai confini della propria nazione in pericolo. Pensano di difendersi, ma in realtà, in questo modo, sanciscono solo la loro fine». Lo scrive «Quando la politica scommette sull'ordine pubblico – continua Rossi – significa che non fa più il suo mestiere. Quando la politica vuole rubare il lavoro ai poliziotti e ai magistrati significa che qualcuno ha messo la parola fine sulle speranze di cambiamento.

Quando la politica esalta le regole invece delle decisioni, significa che ha abdicato al suo ruolo. Una politica che si eccita alla vista del manganello dimostra tutta la sua debolezza». «Perché - scrive ancora Rossi – è una politica che preferisce la semplicità alla complessità, la coercizione al convincimento, l'ordine superiore alla dialettica inferiore. È una politica che rinuncia a capire le ragioni di una società viva, che cambia, che si trasforma». Per questo motivo, rimarca Rossi, «bisogna fuggire da qualsiasi atteggiamento muscolare di fronte alle manifestazioni di questa nuova rivolta giovanile. Il politico che prende le veci del poliziotto non fa un buon servizio né a se stesso né al poliziotto: da una parte rinuncia al proprio ruolo, dall'altra carica le forze dell'ordine di un immagine e di competenze non loro». Non solo. Ma «una politica che si riempie la bocca dell'ordine pubblico è una politica che non sa cos'altro dire» e «in perenne ricerca di un nemico pur che sia, non le sembra vero di prendere qualche teppista scalmanato e trasformarlo nell'unico rappresentante di un'intera generazione».

Con il risultato che, conclude il direttore di Ffwebmagazine, «invece d'includere i giovani li esclude, li mette ai margini, li schiaccia con una retorica-macigno adatta solo a non cambiare idea, adatta solo alla difesa di un ordine burocratico che non regge più agli urti di una storia che si ostina ad andare avanti».

19/12/2010

http://www.iltempo.it/2010/12/19/1225067-schiera_protesta.shtml
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Angela, volevi un'altra prova ?

Messaggio  Luciano Baroni il Dom Dic 19, 2010 8:17 pm

A me pare che i FASCISTI sono quelli della foto con i caschi in testa ed i bastoni.

Gasparri: "Servono arresti preventivi"

Vendola: "E' un annuncio di fascismo"

ore 18:05

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Il capogruppo Pdl a Senato, dopo la guerriglia black bloc a Roma, le scarcerazioni dei fermati e la proposta di estendere il Daspo anche alle manifestazioni di piazza: "Invece delle sciocchezze che dicono Cascini e Palamara, ci vuole un Sette aprile.Quel giorno del '78 in cui furono arrestati capi dell'estrema sinistra collusi col terrorismo". La sinistra attacca e vendola grida al "fascismo". Il Pd: "Irresponsabile, parole parafasciste". L'Idv: "Alimenta la tensione". La replica di Gasparri: "E' molto grave che in molti, invece di condividere la prevenzione contro la violenza, preferiscano insultare e fiancheggiare chi ha devastato Roma" L'Unione degli Studenti annuncia un nuovo "assedio" il 22 quando sarà votata la riforma Gelmini

http://www.ilgiornale.it/interni/gasparri/19-12-2010/articolo-id=494747-page=0-comments=1
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Angela il Lun Dic 20, 2010 12:22 am

Luciano Baroni ha scritto:Se ci fai caso e se hai letto molto, se non tutto, di quanto ho postato sino ad ora, c'è quasi tutto.

Ciao.


Sì... lo so. Ma io l'ho postato perchè oltre che un bel riassunto mi è piaciuto lo stile.
Ciao
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Lun Dic 20, 2010 10:52 am

Gli ex Pci coi missini: l’inciucio mostruoso che riscrive la storia

ore 08:00

Le intese Pd-Fli l’ultima frontiera del trasformismo Ha un solo precedente: il patto Ribbentrop-Molotov

http://www.ilgiornale.it/interni/gli_ex_pci_missini_linciucio_mostruoso_che_riscrive_storia/20-12-2010/articolo-id=494773-page=0-comments=1
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Gio Dic 23, 2010 8:10 am


MA QUANTI COGNATI HA GIAN-BECCHINO? –
pubblicata da Pinu' Chiari il giorno mercoledì 22 dicembre 2010 alle ore 19.35



MA QUANTI COGNATI HA GIAN-BECCHINO?



STAVOLTA È IL MARITO DELLA SORELLA DELL’EX MOGLIE DANIELA A METTERE IN IMBARAZZO IL PRESIDENTE DELLA CAMERA



FORMIGONI LO SCARICA A FAVORE DEL LEGHISTA GIUSEPPE ROSSI,



TRA MEDICI E INFERMIERI NON LASCIA UN BEL RICORDO, MA UN BUCO DA 40 MLN €…



Alessandro Da Rold per Lettera 43





C'è un uomo preoccupato che in questi giorni si aggira per i corridoi dell'Ospedale San Carlo di Milano.

È il direttore generale Antonio Mobilia che giovedì 23 dicembre 2010 potrebbe non vedersi confermata la sua carica dalla giunta lombarda del presidente Roberto Formigoni.

Giovedì prossimo, infatti, si conosceranno i nuovi nomi della sanità lombarda.

Il suo posto andrà con tutta probabilità a un uomo della Lega Nord, già individuato in Giuseppe Rossi, chitarrista della band del ministro dell'Interno Roberto Maroni.



UN INSEGNA DA 200 MILA EURO.

Del resto, Mobilia, non lascia un ospedale in salute.

Poco apprezzato da infermieri e medici per i suoi metodi repressivi in accoppiata con il direttore sanitario Savina Bordoni, durante il suo mandato, oltre a un'insegna nuova dell'ospedale costata più di 200 mila euro, ne sono successe di tutti i colori.

Venerdì 17 settembre 2010, (di certo il giorno non ha scaramanticamente aiutato), uno dei nove ascensori è andato in caduta libera per oltre trenta metri.

E i passeggeri sono rimasti chiusi all'interno per un'ora abbondante.

D'altra parte, gli impianti risalgono al 1967, quando all'inaugurazione presenziò l'allora presidente del Consiglio Aldo Moro.

I costi di manutenzione secondo una stima approssimativa si aggirano intorno ai 2 milioni di euro.

Ma in questi anni Mobilia ha pensato ad altro, visto che al momento tre ascensori sono ancora bloccati.





IL PASSATO DI MOBILIA

Abruzzese dell'Aquila, il momento d'oro dell'attuale direttore generale del San Carlo risale al 1999 quando fu messo a capo della Asl città di Milano. I dipendenti di corso Italia ricordano soprattutto il suo braccio destro, la già citata Bordoni, che brillava per la sua intransigenza: quando qualcuno protestava veniva spostato in altri reparti.

Al termine del suo mandato Mobilia precipitò pure nella classifica regionale dei migliori manager della sanità lombarda.

Ma l'ex cognato del presidente della Camera se lo ricordano anche al tribunale di Milano, quando i pm che indagavano sullo scandalo Santa Rita, l'ospedale degli orrori, intercettarono una sua telefonata con il socio unico della Clinica Francesco Pipitone.



L'OSPEDALE DEGLI ORRORI.

«Se ci stanno a intercettà ci arrestano tutti e due», si raccontavano l'un l'altro nel 2007.

Mobilia, infatti, fino al dicembre di quell'anno non solo firmava il contratto di finanziamento con il Santa Rita per l'Asl, ma decideva anche sulla eventuale sospensione della convenzione in caso di problemi.

A settembre di quello stesso anno, infatti, l'uomo in quota An, sospese l'accreditamento del Reparto di chirurgia toracica del Santa Rita, dopo una verifica dei Noc (Nuclei operativi di controllo) dell'anno prima, ma poi riaccreditò l'istituto dopo soli due mesi.

Persino dopo lo scandalo delle operazioni fasulle per gonfiare i contributi regionali lui e Pipitone rimasero in ottimi rapporti. Tanto che nel maggio del 2008, in un'altra intercettazione, fu lo stesso notaio della clinica a raccomandare un dirigente da assumere nella direzione sanitaria.

Scampato al pericolo Santa Rita, da cui è uscito indenne, Mobilia ha trovato casa al San Carlo.

https://www.facebook.com/?ref=home#!/notes/pinu-chiari/ma-quanti-cognati-ha-gian-becchino-/479600276655




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Sondaggio SWG.

Messaggio  Luciano Baroni il Gio Dic 23, 2010 8:16 am

POL - Sondaggio Swg: Per 59% italiani Fini deve lasciare presidenza Camera



Roma, 18 dic (Il Velino) - La maggioranza assoluta degli italiani (59 per cento) ritiene che, giunti a questo punto, Gianfranco Fini si debba dimettere da presidente della Camera. Contrario il 41 per cento dei cittadini. È il risultato di Trendsetting, il sondaggio settimanale realizzato da Affaritaliani.it in collaborazione con Swg. Secondo il 54 per cento del campione, dopo la fiducia ottenuta dal governo per soli tre voti a Montecitorio, è meglio andare a elezioni anticipate. Dice di no il 46 per cento degli italiani. Se veramente nella primavera del 2011 si dovesse votare, a vincere sarà il il Centrodestra (Pdl, Lega e La Destra) secondo il 53 per cento. Successo del Centrosinistra (Pd, Sel e IdV) per 20 per cento degli italiani. Trionfo del Terzo Polo (Fli, Udc, Api e Mpa) soltanto per il 15 per cento. Non sa il 12 per cento. "Se dopo il voto del 14 dicembre si debba andare o meno alle urne - è il commento di Swg -, è un tema che divide gli italiani. Una risicata maggioranza, si schiera a favore di nuove elezioni, soluzione sostenuta con più forza da quanti si schierano in un’area di centro sinistra. Rispetto alle previsioni, non sembrano esserci dubbi sul fatto che il centrodestra ne uscirebbe vincitore. E anche se la metà degli elettori di centro sinistra spera in una vittoria della propria coalizione, l’altra metà riconosce la forza degli avversari. Infine per Fini sembrano rimanere poche chance a livello istituzionale e, ad esclusione dell’elettorato di centro sinistra, prevale l’opinione che debba dimettersi dalla carica di presidente della Camera". L'indagine è stata condotta attraverso il sito di Affaritaliani.it su un campione nazionale di 2.800 soggetti maggiorenni nei giorni 16 e 17 dicembre 2010.
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Tutti i sondaggi confermano, anche i sinistri.

Messaggio  Luciano Baroni il Gio Dic 23, 2010 10:03 am

Fini e Casini tifano per Berlusconi


Berlusconi ha rotto un silenzio televisivo che du­rava da mesi. Lo ha fatto a Matrix , con una lun­­ga intervista concessa ad Alessio Vinci. Ha spie­gato come intende ripartire (e con chi) dopo il brusco stop della scissione e la grande paura del voto di fiducia. In poche settimane il vento è cambiato di 180 gradi. Se non fosse per un incredibile pasticcio bu­rocratico combinato in Senato dalla vice presidente Rosy Mauro, il governo avrebbe potuto portare a casa già ieri sera una riforma attesa da anni, quella dell'Uni­versità. Ma soprattutto, in pochi giorni, Berlusconi ha incassato il via libera da quasi tutto lo schieramento politico e istituzionale ad andare avanti con questo governo.

Prima i vescovi, poi il presidente Napolitano, nelle ultime ore Casini e addirittura Gianfranco Fini. Per tutti questa legislatura ora deve e può continuare, non c'è alternativa percorribile alla maggioranza di centrodestra. Chi si era illuso, a partire dal Pd di Bersa­ni, di usare il grimaldello Fini per scardinare il berlu­sconismo si è dovuto ricredere e ora batte in ritirata. Non ci sono i numeri in Parlamento, non c'è aria nell' elettorato sondato ogni ora in attesa di un segnale che non è arrivato. Anzi, le curve del gradimento del Pdl e quella personale di Berlusconi hanno in­­vertito la rotta e stanno cominciando a risalire.

In compenso quella del Fli sta precipitando e quella del Pd non dà segni di vita. Siamo quindi al paradosso che Fini, Ca­sini e Bersani tifano Berlusconi. Sperano che ce la faccia a completare l'opera di rafforzamento della sua maggioranza e non scelga invece la strada delle elezioni anticipate, per le quali, a parte Pdl e Lega, nessuno appare pronto. Ovviamente non è amore ma una scelta imposta dai fatti. Fallito il piano Fini, ognuno cerca di riposizionarsi. Anche se non ci voleva molto a capirlo, gli uomini rimasti fedeli al presidente della Camera si rendono conto che spostarsi ancora un passo a si­nistra vorrebbe dire precipitare nel bara­tro. Casini ha lo stesso problema ma un vantaggio su Fini: per lui le porte del cen­trodestra sono aperte, se e come entrare ufficialmente nella maggioranza non è il problema centrale ma è ormai chiaro che almeno nell'immediato futuro l'Udc non farà mancare il suo aiuto. Se il controesodo dei moderati avverrà alla spicciolata o per blocchi ancora è da capire. In Parlamento si stanno attrez­zan­do gruppi cuscinetto per chi vorrà da­re il suo contributo in modo visibile al raf­forzamento della maggioranza. Il tabù che le gambe del governo potessero esse­re soltanto due ( Pdl e Lega) ormai è cadu­to.

Pericolo quindi scampato? È presto per dirlo con assoluta certezza. Ma una cosa ora è chiara: o così o urne. Per que­sto il Pdl non ha spento i motori della macchina elettorale improvvisamente accesi due mesi fa. Ieri Berlusconi lo ha ribadito: stiamo per cambiare nome al partito. Il premier ha rassicurato la com­ponente ex An sul fatto che non si tornerà a Forza Italia, con tutte le implicazioni personali e politiche che questo avrebbe comportato. Il nuovo Pdl avrà un nome formato da una sola parola e resterà la casa comune così come pensata all'origi­ne. Gli strateghi da salotto e gli intellettuali illuminati che avevano già celebrato il fu­nerale del governo devono quindi rasse­gnarsi. Non è la prima volta che sbaglia­no analisi e conclusioni.

Faranno finta di nulla, come al solito, ma continueranno a fare i maestrini. La loro attenzione ades­so si concentra sull'11 gennaio, giorno per il quale è attesa la sentenza della Con­sulta sul legittimo impedimento che sta bloccando i processi a Berlusconi. Ieri il premier ha detto che non teme l'appunta­mento, e che andrà avanti comunque, a costo di scendere nelle piazze, in caso di bocciatura, a spiegare agli italiani una ve­rità che farà vergognare i magistrati. C'è da credere che lo farà.
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Ven Dic 24, 2010 4:24 am

23/12/2010, 08:44


Dopo la sconfitta un generale lascia


Quando incassi una cocente sconfitta e non ne trai le conseguenze politiche, la tua credibilità e autorevolezza sono sempre più deboli, entrano in una parabola calante che un leader di partito non può permettersi. Non si può vivere in eterna contraddizione e sperare che nessuno se ne accorga.



La Lega chiede un dibattito parlamentare sul ruolo di Fini e ha tutto il diritto di farlo. È bene scriverlo fin dalla prima riga perché in queste ore c’è chi avanza l’idea che la sortita del Carroccio sia contro le istituzioni. Semmai è esattamente il contrario. Quando il partito di Bossi invoca la chiarezza sul ruolo della terza carica dello Stato non fa nulla di sbagliato. Rientra tra i diritti e i doveri di una formazione politica che siede a Montecitorio quello di affrontare con tutti i crismi - in Parlamento, davanti alla pubblica opinione, dentro le istituzioni - una questione che è sotto gli occhi di tutti. Non mi era sembrato opportuno l’estate scorsa che fosse il presidente del Consiglio a chiedere le dimissioni di Fini, le condizioni per una richiesta simile erano sbagliate nel contesto (durante la direzione del partito), nella forma (la quarta carica dello Stato che chiede alla terza di farsi da parte) e nei tempi perché ancora doveva chiarirsi lo scenario politico. Ma dopo il voto di fiducia del 14 dicembre scorso, quello scenario è cristallino: Berlusconi ha vinto, Fini ha perso. E chi ha sostenuto - dallo scranno più alto di Montecitorio - la mozione di sfiducia contro il capo del governo, dopo aver incassato la sconfitta dovrebbe trarne le logiche conseguenze politiche e lasciare la presidenza della Camera. Così finora non è stato.

Fini ha dichiarato più volte di non volersi dimettere, di voler continuare a guidare l’Assemblea e di voler sfidare chiunque a trovare un solo errore o partigianeria nella conduzione dell’aula. Le sue considerazioni potrebbero essere valide se il suo ruolo si esaurisse nei comportamenti in aula, ma non è così. Nessuno vieta a Fini di far politica, ma nella veste di istituzione terza, ogni sua parola assume un significato preciso e ogni sua mossa politica - anche quelle che possono apparirgli innocue - hanno un effetto sul sistema politico.

Il suo ruolo dopo la fiducia è stato ridimensionato, il suo peso specifico riportato alla realtà, la sua aspirazione a costruire un nuovo centrodestra più che immaginario ricondotta a dimensioni terrestri, la sua audience s’è ridotta e la sua credibilità è intaccata enormemente. Detto questo, la sua azione da Presidente della Camera non per questo può essere considerata ininfluente, non va sottovalutata. Da quella posizione Fini può continuare a tenere accesa la candelina della manovra di Palazzo, del cambio di regime e può concedersi il lusso di pesare più della sua reale sostanza. La Lega tecnicamente non può andare al di là del semplice dibattito parlamentare, nessuno obbliga Fini a lasciare. Ma ci sono valide ragioni politiche non solo per discutere in Parlamento, ma per lo stesso Fini di valutare con attenzione le sue dimissioni. Egli può restare al suo posto, continuare a fare come se niente fosse successo, ma continuare ad occupare quella casella in realtà non solo è un problema per l’istituzione ma anche per il leader di Futuro e Libertà.

Quando incassi una cocente sconfitta e non ne trai le conseguenze politiche, la tua credibilità e autorevolezza sono sempre più deboli, entrano in una parabola calante che un leader di partito non può permettersi. Se Fini davvero pensa di dover costruire un altro partito e un altro centrodestra, dovrebbe impegnarsi in quel progetto e lasciare la casella istituzionale libera. Ha chiesto ai suoi fedelissimi che occupavano un posto nel governo di farsi da parte. E ha ottenuto le loro dimissioni e il loro impegno in Futuro e Libertà. Per lui hanno rinunciato al posto e all’indennità. Hanno dimostrato quella che si chiama fedeltà. Solo che dopo il voto di fiducia il loro impegno rischia di essere tradito proprio da Fini, il quale chiede ai suoi il massimo sacrificio e per se stesso invece non immagina uno scenario parallelo e anzi lo nega decisamente. Questo ha un paio di scenari possibili:

1. il suo impegno come Presidente della Camera resta e Fini corregge la deriva futurista;

2. in questo caso la carica non gli consente di seguire il partito come ha promesso ai suoi alleati di Fli in quell’avventura;

3. conserva la carica di presidente della Camera ma si occupa prevalentemente del partito;

4. in quest’ultimo caso sottrae non energie all’istituzione della Camera dei deputati ma ne mina la terzietà necessaria.

Come vedete, cari lettori, siamo di fronte a un orizzonte che non contempla le mezze misure. L’arte di arrangiarsi con le istituzioni di garanzia (e quella di Fini lo è all’ennesima potenza) finisce per rivoltarsi contro chi prova a far convivere due anime. Gianfranco non è Silvio. Fini non è nella stessa posizione di Berlusconi. Il presidente della Camera non è il Presidente del Consiglio. Hanno doveri, limiti e potenzialità d’azione incomparabili. Uno è il capo dell’esecutivo, guida la politica nazionale e lo fa in base a un programma votato dagli elettori, l’altro garantisce il corretto funzionamento di un ramo del Parlamento, ne determina l’agenda, media tra i partiti, applica il regolamento e le leggi Costituzionali. Il problema è che Fini ad ogni mossa avrà sempre il fantasma della sua convenienza politica alle spalle, anche quando questa fosse lontanissima (e non lo è affatto) dai suoi pensieri.

Per questo Fini è a un bivio e non può gingillarsi troppo con le parole né sperare che un partito come la Lega torni sui suoi passi. Il significato vero del voto del 14 dicembre sta emergendo giorno dopo giorno e solo ora anche gli aedi più convinti del finismo si stanno rendendo conto di cosa significhi presentarsi davanti all’opinione pubblica con il segno della sconfitta parlamentare. La fiducia incassata da Berlusconi ha un valore enorme, un peso specifico destinato a crescere nel momento in cui tutta l’Europa chiede all’Italia stabilità e lo stesso Quirinale esclude la possibilità di elezioni anticipate. È su questo scenario politico che Fini dovrebbe riflettere. Soprattutto quando in maniera del tutto incredibile auspica che il governo vada avanti, dopo averne chiesto la rovinosa caduta.

Non si può vivere in eterna contraddizione e sperare che nessuno se ne accorga. Dopo la sconfitta, un generale si arrende e lascia. I giochi sono fatti, rien ne va plus, monsieur Fini.

Mario Sechi

23/12/2010

http://www.iltempo.it/2010/12/23/1226141-dopo_sconfitta_generale_lascia.shtml


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TEGOLA !

Messaggio  Luciano Baroni il Ven Dic 24, 2010 10:25 am

venerdì 24 dicembre 2010, 08:00

«Nugnes mi parlò di quei soldi E altri possono confermarlo»
«Ricordo benissimo. L’assessore Nugnes parlò di un milione di euro a Fini per il tramite di Bocchino. Soldi che a suo dire arrivavano dal costruttore Romeo, per la nota vicenda del super appalto Global Service per la quale il povero Giorgio (Nugnes, ndr) ci ha rimesso la vita». Mauro Scarpitti, amico e collega di partito di Nugnes, potente consigliere comunale della Margherita in quel di Napoli (dal 2002 al 2006) al Giornale parla di ciò di cui ha intenzione di parlare quanto prima con i magistrati che dell’assessore suicida si occuparono fino al giorno del suo decesso, e anche dopo.
Signor Scarpitti, le sue accuse sono pesanti. Ha le prove di quel che dice?
«Quel che so, nei dettagli, lo riferirò ai magistrati. E comunque ci sono anche altri testimoni che sono pronti a confermare ai procuratori quanto il capogruppo della Margherita, Nugnes, raccontò una sera a cena...».

Andiamo con calma. Si è mosso formalmente con la procura di Napoli?
«Certo. Ho presentato una nota in cui racconto sommariamente i fatti per i quali chiedo di essere ascoltato. È ora che su Giorgio (Nugnes, ndr) venga scritta la verità. Troppe infamie su di lui».
Nel limite del possibile può dire di cosa parlerà?
«Di un incontro voluto dal mio amico Nugnes all’Hotel Vesuvio sul finire del marzo 2005 con l’imprenditore Vincenzo Cotugno e altri consiglieri della Margherita perché all’epoca vi era molta fibrillazione all’interno del gruppo che era spaccato fra demitiani e antidemitiani. Già al Vesuvio si parlò di Romeo perché Cotugno era molto interessato a certi rapporti, specie per la gestione di un servizio di gestione informatica al Comune di Napoli. E soprattutto ai magistrati parlerò di una cena che seguì a quell’incontro, se non erro siamo già nel giugno 2006, dove Giorgio (Nugnes, ndr), che era molto amico di Romeo, con noi si dilungò riservatamente sui retroscena dell’appalto Global Service».

E che cosa vi disse?
«Parlando del più e del meno di questo appalto illustrò qual era l’intendimento del Comune rispetto al Global Service. A mia precisa su quali erano gli “equilibri” (politici, ndr) visto che Romeo cercava equilibri all’interno del consiglio comunale poiché vi erano fibrillazioni rispetto a questa famosa delibera, Giorgio rispose dicendo “guarda, non credo ci saranno più problemi in quanto è stato fatto un incontro, questi giorni, tra Romeo e Italo Bocchino”. A quel punto, incuriosito, chiesi a Giorgio di essere più preciso. Affermò che l’incontro si era svolto su una barca, non sapeva se di Romeo o di qualcun altro, e che vi erano state rassicurazioni sul comportamento di An. Non contento lo invitai ad essere più chiaro ancora su queste “rassicurazioni”...»

E Nugnes?
«Accennò al fatto che Romeo aveva dato un contributo che definì “cospicuo” a Bocchino e che dopo questa cosa vi fu un riavvicinamento fra Bocchino a Fini, posto che all’epoca i rapporti non erano assolutamente idilliaci. Si parlò, perché Nugnes ne parlò, di un milione di euro che Romeo aveva consegnato a Bocchino per far sì che, praticamente, An non creasse ulteriori problemi ai tanti che aveva già sollevato rispetto al percorso del Global Service. Queste furono le parole testuali del povero Giorgio».


Che, però, non può confermare né smentire...
«Quella sera c’erano altre persone che possono testimoniare quanto vi sto dicendo e quanto intendo approfondire con i magistrati. A me di Fini e di Bocchino non frega niente, mi preme solo fare un primo passo verso la riabilitazione di un uomo per bene, Giorgio Nugnes, trattato come un cane rognoso, delegittimato, scaricato da tutti, a cominciare da chi fino al giorno prima ci andava a braccetto e adesso se la cava con una targa alla memoria. Troppo facile rimediare oggi dopo aver preso le distanze da lui al solo sentore di uno tsunami giudiziario in arrivo».

Lei si rende conto che queste accuse, tutte da dimostrare, sono oggettivamente gravi perché coinvolgono, seppur indirettamente, il presidente della Camera?
«So a cosa posso andare incontro ed è per questo che chiedo alla procura di ascoltarmi al più presto. La verità può far paura ad altri, non certo a me. Io non faccio altro che riportare quello che so, e che, insisto, non solo le mie orecchie hanno ascoltato dalla viva voce di Giorgio sulla cui fine nutro sinceramente dei dubbi. Ma questa è un’altra storia. Come una storia tutta da riscrivere è l’accanimento giudiziario verso una sola componente di centrosinistra, quella dei Riformisti Coraggiosi di cui Nugnes era il rappresentante di punta. Hanno fatto fuori tutti, metaforicamente e non».
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Non è un aggiornamento, è altro articolo.

Messaggio  Luciano Baroni il Ven Dic 24, 2010 8:08 pm

venerdì 24 dicembre 2010, 09:05

Contro i leader Fli, tre testi e una denuncia: "Un milione di euro a Fini e Bocchino"


Ai pm di Napoli il memoriale di un assessore comunale: così l’imprenditore Romeo finanziava i politici per garantirsi gli appalti. La fonte: un assessore morto suicida. Repliche: Il manager: "Tutto falso". E il capogruppo del Fli: "Mai avuto soldi da Romeo". L'ex consigliere della Margherita Scarpitti: "Nugnes mi parlò di quei soldi e altri possono confermarlo"



di Gian Marco Chiocci e Massimo Malpica


Politici, appalti, voci di misteriosi fi­nanziamenti: un milione di euro, per l’esat­tezza. L’ultima novità giudiziaria dal fronte partenopeo si ricollega all’inchiesta Romeo, quella sull’appalto «Global service» per la manutenzione delle strade del comune di Napoli. Un terremoto giudiziario che vide il suicidio di uno degli assessori del sindaco partenopeo Rosa Russo Iervolino, Giorgio Nugnes, e l’arresto di altri quattro, due dei quali mentre erano ancora in carica. E che coinvolse anche il livello politico nazionale, con il figlio di Antonio Di Pietro intercettato e con due parlamentari indagati per i quali fu invano chiesto l’arresto:Renzo Lusetti prima Pd e ora Udc, e Italo Bocchino, all’epoca an­cora in An. Del figlio di Di Pietro non s’è più saputo nulla.

La posizione dei due politici è stata invece stralciata e poi archiviata, il pro­cesso per gli altri si è chiuso con l’assoluzione degli assessori e dello stesso Romeo, condan­nato però a due anni per corruzione, insieme all’ex provveditore alle Opere pubbliche di Campania e Molise, Mario Mautone. Ed è proprio sui rapporti tra Bocchino e l’imprenditore Alfredo Romeo che si incen­tra, oggi, un nuovo documento presentato al­la procura di Napoli da un ex consigliere co­munale napoletano della Margherita, Mau­r­o Scarpitti, molto vicino a Nugnes.Per capi­re di co­sa si tratta occorre rifarsi all’inchiesta­madre dove Bocchino fu coinvolto per una serie di intercettazioni in cui il politico, secondo i ma­­gistrati, sembrava spender­si con l’amico imprendito­re per agevolare il ritiro dal consiglio comunale di una serie di emendamenti ostruzionistici per la deli­bera Global service. Per esempio, il 27 marzo del 2007, gli inquirenti registra­no una telefonata tra l’espo­nente di Fli e l’imprendito­re. Secondo i pm, poi smen­titi dall’evoluzione del pro­cedimento, era indicativa di una trattativa per «am­morbidire » l’opposizione di centrodestra, anzi il gruppo di Alleanza nazio­nale, che aveva presentato «un’ottantina di emenda­menti » per rallentare il via libera al Global service.

Bocchino, che non ha mai negato l’amicizia con Romeo, da subito smentì sdegnato il ruolo che i pub­blici ministeri gli avevano cucito su misura. Sostenen­do con i magistrati napole­tani che lo interrogarono che all’epoca dei fatti lui, nel gruppo partenopeo di An, non contava politica­mente nulla. Quanto ai so­spetti sull’appalto Global service, il giudizio di primo grado ha provveduto a fu­garli. M a la questione solle­vata adesso da Scarpitti è ben diversa. L’ex consiglie­re h a consegnato al p m par­tenopeo Giancarlo Novelli, titolare di un’inchiesta «pa­rallela » su Nugnes e l’im­prenditore Vincenzo Cotu­gno, una memoria relativa a un incontro che si tenne all’hotel Vesuvio nella pri­mavera del 2005. Oltre a Scarpitti, c’erano Nugnes, un altro consigliere comu­nale e Cotugno. Nugnes, racconta Scarpitti, «si sof­fermò sulla gara del Global service (...) sui suoi rappor­ti con Romeo, sui rapporti stretti da quest’ultimo con Francesco Rutelli, Ciriaco De Mita, Rosa Russo Iervoli­no, sul delicato equilibrio che Romeo cercava di rag­giungere anche con il cen­trodestra ». E quest’ultimo tema venne «ripreso suc­cessivamente - prosegue la memoria - durante una ce­na tra simpatizzanti della Margherita».

A tavola Nu­gnes, appena nominato as­sessore ai Lavori pubblici, raccontò «che oramai era pronta la gara del Global service, grazie anche alla copertura politica garanti­ta dal centrodestra, e in par­ticolare dai buoni uffici rag­giunti da Romeo con Fini, tramite Italo Bocchino». Fin qui, la sostanza è la stessa del teorema dei pm nell’inchiesta del 2008. Ma Scarpitti aggiunge qualco­sa. Dice che Nugnes preci­sò «che un cospicuo finan­ziamento era stato dato a Fi­ni per il tramite di Bocchi­no, contributo stabilito nel corso di una gita sulla bar­ca di Romeo». E l’assessore morto suicida «aggiunse che proprio questo finan­ziamento era stato fonda­mentale per il riavvicina­mento di Bocchino al suo presidente». Ed è ancora Scarpitti (intervistato qui a fianco, ndr ) a mettere i n re­lazione il presunto finan­ziamento, e il conseguente riavvicinamento Bocchino-Fini, con il ritiro degli «emendamenti pregiudi­zievoli alla delibera sul Glo­bal service». Accuse, ovvia­mente, tutte da dimostra­re. Uno dei partecipanti a quella cena, al Giornale , conferma le parole di Scar­pitti riservandosi di farsi avanti qualora il pm inten­da approfondire.

Ma l’im­prenditore e il politico tira­ti in ballo dalla memoria, contattati dal Giornale , smentiscono tutto. «Scar­pitti? No, non lo conosco. Quanto al resto, sono ovvia­mente strabiliato da tutte queste chiacchiere. Finan­ziamenti a partiti? Se n’è parlato solo per la Marghe­rita, ma era una vicenda che con questa non c’entra nulla. Soldi a Bocchino as­solutamente non li ho dati, non dovreste nemmeno chiedermelo, anche se ap­prezzo la correttezza di avermi telefonato. Direi che s i tratta d i fantasie, non s o d a chi inventate, fatte di­re da un poveretto che non c’è più». Lapidario il com­mento di Bocchino: «Cazza­te. Soldi da Romeo? Mai avuti. Peraltro lo conosco d a anni e non credo che ab­bia una barca. Scarpitti, in­vece, non l’ho mai nemme­no sentito nominare. E N u­gnes è morto. Sono cazzate che vi servono per fare un po’ d’ammuina ».



***Nota mia personale : che strano, nessuno di coloro che smentiscono, dice la solita frase sulla "querela che presenteranno i miei avvocati".
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FINI-TO

Messaggio  Luciano Baroni il Sab Dic 25, 2010 12:52 am

24/12/2010, 08:06

La triste parabola di Gianfranco zar del Parlamento

Ieri abbiamo appreso che in Italia esiste una carica istituzionale sulla quale il Parlamento non può aprire una libera discussione: il presidente della Camera Gianfranco Fini.



I titoli di coda del 2010 stanno cominciando a scorrere, ma il film continua e i colpi di scena nella nostra commedia nazionale non finiscono di stupire. Ieri abbiamo appreso che in Italia esiste una carica istituzionale sulla quale il Parlamento non può aprire una libera discussione: il presidente della Camera Gianfranco Fini. Si può sindacare su tutto, dire che il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è il dittatore Noriega e deve andare in galera (Di Pietro dixit), si può discettare sulla vita e i suoi misteri, sulla fede e l’ateismo, ma su Fini no, il dibattito non si può fare e a dirlo è lo stesso Gianfranco con una lettera dal tono zarista. Invece di fare la mossa democratica e illuminata, invece di dire alla Lega «prego, si apra una discussione, decida il Parlamento sovrano», Fini si trincera dietro una terzietà che ha perso da tempo. Il presidente della Camera e leader di Fli ha buttato un’altra occasione per recuperare un po’ di coerenza. Ma qualsiasi richiamo al bon ton istituzionale sembra cadere nel vuoto.

Siamo di fronte a un caso da manuale, un dottor Jekyll e Mister Hyde in chiave politica che si presenta così:

1. la mattina si sveglia e tuona contro il cesarismo e il partito proprietario;

2. la sera esce da casa e fonda un partitino che si chiama come il titolo di un suo libro e ha il suo nome in primo piano;

3. la mattina vota una legge elettorale che gli consente di scegliere i suoi parlamentari e vincolarli ai suoi piani;

4. la sera va in giro a dire che quella legge fa schifo e ora bisogna cambiarla;

5. la mattina ordina ai suoi ministri di dimettersi dall’incarico di governo;

6. la sera dichiara che per la sua poltrona la parola dimissioni non esiste;

7. la mattina dice che non può fare campagna elettorale per le elezioni regionali del Lazio perché lui è super partes; 8. la sera prende la macchina va a Bastia Umbra e da leader di partito chiede le dimissioni del premier;

9. la mattina s’affaccia alla finestra e dice: sono presidenzialista;

10. la sera chiude la finestra e proclama: sono parlamentarista.

Mi fermo qui, sono giorni di festa e mi sento più buono anch’io.

Cari lettori, Buon Natale.

Mario Sechi

24/12/2010

http://www.iltempo.it/politica/2010/12/24/1226383-triste_parabola_gianfranco.shtml
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Aprite tranquilli il link, niente virus.

Messaggio  Luciano Baroni il Lun Dic 27, 2010 9:48 pm

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Per adesso, manca l'olio di Ricino.

Messaggio  Luciano Baroni il Mer Dic 29, 2010 10:41 am

Il titolo è :

Manganello Fini : bruciamo il Giornale di Feltri e Belpietro


http://linkati2lu.files.wordpress.com/2010/12/ritorno.pdf
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Ehhhhhhhhhhhhhhhhhhhhhh......................

Messaggio  Luciano Baroni il Gio Dic 30, 2010 10:00 am

http://www.giustiziagiusta.info/index.php?option=com_content&task=view&id=4452&Itemid=71


Bocchino ha paura. Noi pure.

giovedì 30 dicembre 2010


di Mauro Mellini

Il Codice dice (art. 612 bis) “Atti persecutori”. Ma la denominazione corrente (è l’origine più o meno spuria dal diritto anglosassone che lo comporta) è “stalking”.
E’ probabile che ciò dipenda da ciò che secoli di dominazioni straniere hanno lasciato nel DNA degli Italiani. Basta per le loro orecchie che qualcosa di assolutamente indigeribile, intollerabile, scandaloso sia chiamato con un nome straniero, per divenire accettabile e, magari, assolutamente gradito, altamente positivo.

Prendete la parola “autorità”. Specie dal ’68 in qua (ricordate? “Vietato vietare”) è divenuta più o meno una parolaccia, quasi quanto l’aggettivo che ne deriva: autoritario. Abbasso l’autorità e le Autorità. Tutte, meno l’Autorità Giudiziaria. Tollerate le Autorità Ecclesiastiche (tranne quando vengono a conflitto con i preti operai, con la teologia della liberazione e cose del genere).
Ma se, invece, usate il termine inglese “authority”, cambia tutto. Evviva le “authority”. Quindi se ne inventano sempre nuove. In inglese non c’è pericolo, evidentemente, di una contaminazione con l’aggettivo “autoritario” e con il sostantivo derivato “autoritarismo”.
Ma torniamo allo “stalking”, tenendo però ben presente quello che ora abbiamo detto, che è una delle premesse di ciò che poi diremo.

Queste considerazioni sulla nuova figura di reato che è stata introdotta con la legge 23 febbraio 2009, ci sono suggerite dalla notizia recata dai giornali di oggi, 29 dicembre 2010, secondo cui l’on. Bocchino, vice (o giù di lì) del capopartito-presidente della Camera Gianfranco Fini, ha denunziato per “stalking” i giornalisti de “Il Giornale”. Lo perseguitano.
Occorre però leggere bene (se non è pretendere troppo) questo art. 612 bis c.p. – art. 7 L. 23 febbraio 2009 n. 11. Non basta a concretare il reato di “atti persecutori” una condotta petulante, offensiva, minacciosa, più o meno prolungata. Essa deve “cagionare un perdurante e grave stato di ansia e di paura”.

Prendiamo dunque atto che il nostro buon Bocchino vive da qualche tempo (cioè perdura) in uno grave stato di ansia e di paura per quel che “Il Giornale” pubblica sul suo conto e su quello della sua famiglia e dei relativi affari.

Un uomo politico dovrebbe stare molto attento ad invocare l’applicazione di questa norma per condotte in suo danno. Denunziare che uno “stalking” sia stato commesso in suo danno significa infatti affermare che sì, il denunziato sarà rompiscatole, assillante, petulante, indiscreto, intollerabile e via discorrendo (cosa, peraltro, da provare). Ma significa pure riconoscere (e certificare con la testimonianza dell’unico soggetto perfettamente informato al riguardo) di avere una paura nera, di (scusate l’espressione volgarotta, ma puntuale) farsela sotto etc. etc. E’ ben vero che il coraggio, come scriveva Manzoni, se uno non ce l’ha non è che un altro glie lo può dare. Ma un uomo politico, specie se non eccelle in intelligenza, cultura, rettitudine, deve sempre presentarsi come “coraggioso”.
Esser vittima di uno “stalking” potrà, dunque, far sì che si abbia la comprensione, magari la solidarietà e persino l’indignazione del prossimo.
Ma non certo l’apprezzamento, il riconoscimento delle qualità che si pretendono da uno che vuole rappresentare la Nazione e governarla.

Ma se Bocchino ha paura ed è in ansia per la campagna di stampa de “Il Giornale”, diciamo subito (e non soltanto per non sentirci accusare di predicar bene sulla pelle ed il desiderio di salvarla, anche metaforicamente degli altri), che anche noi abbiamo paura.
Non, naturalmente, della campagna di stampa de “Il Giornale”, non potendo certo aspirare a contar tanto da poterne essere oggetto. Abbiamo paura della legge invocata da Bocchino ed anche dalla prospettiva che il caso così sollevato porti a stabilire un precedente della configurazione dello “stalking politico”. Perché di questo si tratta. E nessuno ci venga a raccontare che no, non è questa la politica degna di questo nome. Che non è questione politica tirar fuori le storie di mogli che intrallazzano, e altre cose del genere. Una questione che implica un giudizio sui limiti del praticabile in termini di lotta politica, è una questione politica. E discutere per stabilire quando e come applicare la pena della reclusione “da sei mesi a quattro anni” per aver provocato le ansie di un avversario politico non è soltanto discussione politica, ma di una politica che scherza col fuoco.

Buone leggi penali non mettono certo in pericolo le libertà politiche e la competizione politica che di essa è espressione ed è fondamento della democrazia. Ma leggi penali buone. Non certo leggi, come questo cosiddetto “stalking”, che sono state dettate da casi di persecuzioni maniacali per motivi pseudo sentimentali. Casi che talvolta sono sfociati in delitti gravissimi. Se si fosse provveduto a punire quel tale amante respinto, quel fidanzato abbandonato che stazionava giorno e notte sotto casa di quella che sarebbe diventata la sua vittima, se si fosse notato lo stato delirante, l’ossessione progressivamente persistente, forse si sarebbe evitata la tragedia. Quindi, come se non ci fossero abbastanza norme penali, ecco gli “Atti persecutori”, alias “stalking”. Una norma che, nella sua latitudine (frutto soprattutto di una studiata “elasticità”) dovrebbe essere atta a reprimere quelli che, col senno di poi, possono ben essere considerati i prodromi di una tragedia. Non volete le tragedie degli ex fidanzati che sgozzano le ex fidanzate? Dunque, beccatevi le “stalking”. Tanto è sempre in inglese che viene denominato e, quindi, è un reato “moderno”, “occidentale”, “democratico” etc. etc.

Legiferare per far fronte alle querimonie dettate dal senno di poi produce spesso norme deleterie e mostruose. Ma soprattutto pretendere di attribuire a queste mostruosità giuridiche (così da farne, magari, venir meno la mostruosità) la portata limitata ai casi che ne hanno sollecitata l’introduzione è un’ulteriore mostruosità giuridica.
In altre parole: si fa una norma con una previsione di condotta da punire più elastica che vasta, avendo però in testa solo la preoccupazione delle frenesie delle tempeste d’amore foriere di guai assai più grossi. Ma la norma è, poi, lì, nel Codice, e ci resta con la sua latitudine e, soprattutto, con la sua elasticità. E viene fuori, un bel giorno, un uomo politico a denunciare una campagna politica nei suoi confronti non perché in sé diffamatoria, ma perché petulante e perché ne è impaurito. Insomma viene fuori un Bocchino che denuncia “Il Giornale”.

Ve la immaginate una lotta politica imperniata sulla petulanza dell’opposizione o della maggioranza, sulla paura indotta in questo o quell’altro grand’uomo “vittima” di uno “stalking”. Ecco come si dilata il potere dei giudici, soprattutto di quelli in cerca di occasioni di esibirsi e pavoneggiarsi ed in vena di intromissioni (che non sono davvero pochi!).

Ancora, dunque una “fattispecie penale apparente”, con la quale, attraverso l’indeterminatezza delle condotte punite, si stravolge e si vanifica il “principio di legalità” (nullum crimine, nulla poena sine praevia lege poenali). E ci si avvia verso quel “diritto penale libero” (una delle teorie giuridiche del nazismo) che Piero Calamandrei osava, in pieno regime fascista, additare come uno dei grandi pericoli per la nostra civiltà giuridica. L’ignoranza e l’approssimazione rischiano di produrre quelle sciagure che nemmeno la violenza dei regimi totalitari è riuscita ad imporre durevolmente.

Per questo abbiamo paura, non come Bocchino confessa di averne per la campagna di stampa de “Il Giornale”. Ma per il “caso Bocchino” e per la sua denuncia che, con i tempi che corrono e con i magistrati che abbondano, rischiano di esser presi sul serio di aprire un altro tratto di una strada assai pericolosa.
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Niente da fare, ridicolo è, ridicolo rimane.

Messaggio  Luciano Baroni il Mar Gen 04, 2011 11:00 am

IL PRESIDENTE DELLA CAMERA AL CENTRO DI UN NUOVO CASO

Voci su una escort, Fini querela
«Falsità, è cospirazione politica»
Esposto contro un sito: attentato a un organismo costituzionale



ROMA - La controffensiva giudiziaria di Gianfranco Fini parte con una denuncia-querela per contestare «le notizie false e infamanti riguardanti una donna di Reggio Emilia dai facili costumi» e pubblicate da un sito Internet. Ma è solo il primo passo perché, annuncia l'avvocato Giuseppe Consolo, altre querele arriveranno, a cominciare da quelle nei confronti di Libero e del Giornale, che hanno scritto o ripreso la questione della donna «dai facili costumi» e del presunto attentato che si sarebbe voluto ordito ai danni di Fini, per poi far ricadere la colpa su Silvio Berlusconi.

Una denuncia-querela dai toni e contenuti molto forti, che chiede l'identificazione dei responsabili ma anche «degli eventuali mandanti». E che contesta non solo il reato di diffamazione a mezzo stampa, ma anche quelli «assai più gravi di estorsione, attentato a un organo costituzionale e cospirazione politica». Fattispecie di reato, quest'ultima, prevista nelle forme «per accordo» e per «associazione» e raramente perseguita in passato. Nel 1991, fu l'allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga ad autodenunciarsi provocatoriamente per cospirazione politica con riferimento a Gladio. Per la stessa ipotesi si procedette nel caso della P2 di Licio Gelli e contro i no global Caruso e Casarini per i fatti di Genova del 2001. Il capo d'imputazione non resistette al giudizio.


Ma l'intento degli avvocati Consolo e Francesco Compagna, legali di Fini, è quello di evidenziare, come è scritto in una nota, «l'esigenza di tutelare, ancor prima dell'onorabilità personale dell'attuale Presidente della Camera, l'organo istituzionale dal medesimo rappresentato».
La vicenda era stata sollevata da un editoriale di Maurizio Belpietro del 27 dicembre, intitolato «Su Gianfranco iniziano a girare strane storie...». Il direttore di Libero, pur cautelandosi più volte e evocando il rischio di «trappole per trarci in inganno», raccontava due episodi: una «soffiata» che lo avvertiva di un attentato in preparazione ad Andria contro Fini, commissionato a un criminale locale per 200 mila euro. Attentato organizzato, così scriveva Belpietro, per far ricadere la colpa su Berlusconi. Sulla questione c'è un'inchiesta in corso a Milano e il direttore di Libero è già stato sentito dal procuratore aggiunto Armando Spataro (al quale ha rifiutato di fornire il nome della fonte, tutelandosi con il segreto professionale). Belpietro è tornato in procura a Milano anche nella giornata di ieri.


Il secondo caso sarebbe stato raccontato a Belpietro dalla stessa ragazza, Lucia Rizzo, in arte Rachele, una escort di Reggio Emilia, nipote di un gerarca fascista, che ha detto di avere avuto incontri sessuali con Fini per tre volte, ricevendo mille euro in contanti. Racconto confermato da «Rachele» in un'intervista al sito «4minuti.it», al quale spiega di aver parlato per vendetta, dopo la promessa non mantenuta di un aiuto per la partecipazione al Grande Fratello.
L'avvocato e senatore Consolo spiega: «È una vicenda assurda, sembra di stare a "Scherzi a Parte". Ma la faccenda è grave e intollerabile. Immaginiamo cosa succederebbe se Nancy Pelosi fosse accusata di uscire con un gigolò. Sarebbe uno scandalo enorme». L'accusa di cospirazione è grave: «È un reato ipotizzato, saranno i magistrati a verificare. Certo, vogliamo capire chi c'è dietro. Quanto a Belpietro, arriverà una querela anche a lui, anche se probabilmente il capo d'accusa non sarà la cospirazione, ma la diffamazione aggravata a mezzo stampa».

Alessandro Trocino
04 gennaio 2011
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Luciano Baroni

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Ogni tanto, un aggiornamento, qualche volta da ridere.

Messaggio  Luciano Baroni il Gio Gen 06, 2011 10:35 am

La escort contro Fini? Uno scoop del gruppo «Espresso»

di Paolo Bracalini
ore 08:00 Commenta
RomaServe urgentemente una provvista di lampadine nella redazione del Fatto, vedono ombre ovunque. Anche nel giallo al parmigiano reggiano, quello della escort Rachele/Lucia che millanta sexy incontri altolocati, è tutto un proliferare di ombre,
http://www.ilgiornale.it/interni/la_escort_contro_fini_uno_scoop_gruppo_espresso/06-01-2011/articolo-id=497764-page=0-comments=1



Moffa scopre le carte: «Dieci deputati col governo»


di Laura Cesaretti
ore 08:00 Commenta
Roma«Col tempo e con la paglia maturano le sorbe», dice il proverbio. E col tempo, annuncia il deputato ex Fli Silvano Moffa, tornato in extremis nella maggioranza il giorno della fiducia, potrebbe maturare anche il drappello di nuovi parlamentari
http://www.ilgiornale.it/interni/moffa_scopre_carte_dieci_deputati_governo/06-01-2011/articolo-id=497769-page=0-comments=1



L’ultima giravolta di «Mielig»

http://www.ilgiornale.it/interni/lultima_giravolta_mielig/06-01-2011/articolo-id=497779-page=0-comments=1


[size=24]E questa, chi la spiega a Della Vedova, Vendola e Grillini ?[/size]
Sentenza Ancora un no dalla Consulta: le nozze gay non s’hanno da fare
http://www.ilgiornale.it/interni/sentenza_ancora_no_consulta_nozze_gay_non_shanno_fare/06-01-2011/articolo-id=497807-page=0-comments=1
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Sab Gen 08, 2011 1:48 pm

Sesso e Fini

Come il 2010 si era chiuso con i riflettori dei media accesi sulle relazioni politico-sentimentali della avvenente marocchina Ruby, la sedicente “nipote di Mubarak”, dei chiacchierati festini, organizzati da Lele Mora ad Arcore, e del “bunga bunga”, così il 2011 s’è aperto con le grane, nella stessa materia, del Presidente della Camera. Come gridò, in TV, Oscar Luigi Scalfaro, tirato in ballo per l’inchiesta sui fondi neri del SISDE, Gianfranco Fini, in vacanza con Elisabetta Tulliani alle isole Laccadive, ha urlato, via cellulare, il suo adirato “non ci sto!“, facendo presentare dal suo avvocato un indignato esposto, in seguito alla diffusione di voci, indiscrezioni e alla pubblicazione di alcuni articoli su un presunto ricatto, tentato con una telefonata al suo portavoce, Fabrizio Alfano.




Il penalista e deputato di FLI, Giuseppe Consolo, ha depositato, per conto della terza Carica dello Stato, una denuncia-querela non solo per diffamazione a mezzo stampa, ma anche per “estorsione, attentato a organo costituzionale e cospirazione politica”. Non era mai accaduto, per una storiaccia di letto, vera o falsa che sia. Secondo il direttore di Libero, Belpietro, con la sua denuncia, Fini vorrebbe “intimidire e tappare la bocca ai giornali, critici con le sue iniziative politiche”.




Pietro Nenni ammoniva, saggiamente: attenzione a mostrarti duro e puro, in quanto, prima poi, spunterà uno più puro e duro di te, che ti epurerà! Sulle degenerazioni della lotta politica, dovrebbero riflettere tutti. In primis, quanti continuano a spingere le contese tra gli schieramenti e le campagne di stampa sui binari, senza sbocchi, del sensazionalismo, dell’intrusione nella vita privata dei leader, del gossip più sguaiato, della presunta, ma ormai spazzata via - ben prima degli amorazzi dell’ex sindaco prodiano di Bologna, Delbono, della storiaccia dell’ex presidente della Regione Lazio, Marrazzo, della cocaina e dei trans di via Gradoli – superiorità morale della sinistra, del disprezzo dell’infame nemico di Arcore e dell’autoreferenzialità.




I lettori, i telespettatori e gli elettori, di sinistra, di destra e di centro, sono stanchi di leggere i particolari di vicende boccaccesche e storie squallide di scambi di favore. Sinora, tuttavia,purtroppo, i moralisti, in servizio permanente effettivo, non sono apparsi intenzionati a recedere dalla loro linea, che sta provocando effetti devastanti, soprattutto alle opposizioni, uscite sconfitte dalle votazioni in Parlamento il 14 dicembre scorso.




A questo punto, forse, a Scalfaro, Sant’oro, Travaglio e ai più bacchettoni e intransigenti censori delle attività, private e persino sessuali, degli avversari, non sembra inutile ricordare la vicenda del Grande Inquisitore di Francia. Costui, in vita, fu l’accusatore implacabile di Gustave Flaubert, l’autore di Madame Bovary. Ma, quando il rigido fustigatore dei costumi passò a miglior vita, si scoprì che aveva scritto numerosi versi licenziosi e pornografici. E, forse, era andato a letto con il trans dell’epoca, tale Nathalie….


di Pietro Mancini
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Lun Gen 10, 2011 1:22 pm

lunedì 10 gennaio 2011, 09:18


Ora Fini chiede soldi con l'auto blu E il tour elettorale lo paga lo Stato

Roma - Più di duecentomila euro a carico dei contribuenti italiani. A tanto potrebbe ammontare il costo del prossimo tour politico- elettorale del leader di Futuro e Libertà nonché presidente della Camera, Gianfranco Fini. I prossimi quattro weekend, infatti, saranno densi di appuntamenti per l’inquilino numero uno di Montecitorio che parteciperà ad altrettanti appuntamenti organizzati dal nascente partito in funzione del congresso fondativo di Milano dall’11 al 13 febbraio.

Si tratta di quattro iniziative monotematiche che si svolgeranno in città tradizionalmente «amiche» del fronte finiano. Si partirà sabato 15 gennaio a Messina con un incontro dedicato al lavoro per concludere il 5 febbrao a Bologna con una convention per i giovani passando per Reggio Calabria (22 gennaio, legalità) e Padova (29 gennaio, sviluppo). Contestualmente, negli stessi giorni saranno organizzate in città diverse cene per il finanziamento della nascente formazione, come già accaduto a Roma con il mezzo «flop» di Villa Miani agli inizi di dicembre. Insomma, un calendario fitto per Fini che deve in qualche modo di cercare di recuperare il rapporto con la base dopo la batosta del 14 dicembre con il tentativo fallito di golpe contro il nemico Berlusconi.

Certo, il tiraemolla tra il Cavaliere e il ministro dell’Economia sull’opportunità di aumentare le risorse a disposizione per le politiche di sviluppo sta facendo un po’ il gioco degli avversari finiani che quando possono giocare da guastatori, da vietcong riescono ad esprimere il meglio di sé. Basti pensare che proprio Tremonti da avversario è diventato uno dei possibili alleati dei futuristi. Ma la strada da percorrere per riguadagnare quei consensi perduti nei sondaggi con la sconfitta del 14 dicembre è molto ardua. Niente paura! Fini con i suoi potenti mezzi è in grado di dare una mano ai vari Granata, Bocchino, Briguglio & C. che si stanno dando fare per tamponare le falle. Mai come in questo caso il doppio ruolo torna utile all’ex numero due del Pdl. Senza voli di Stato e senza auto blu di servizio altri costi graverebbero sulle casse di Fli.

Ma il presidente della Camera, proprio in virtù del suo ufficio, gode di un facile accesso ai mezzi di trasporto. Ha un’auto blu a sua completa disposizione che, secondo le recenti stime del ministero della Pubblica amministrazione, ha un costo medio di 142mila euro annui tra manutenzione, esercizio e costo del personale di guida. Ma l’ex leader di An aveva mostrato anche di non voler gravare sul bilancio dello stato e aveva fatto sì che il suo partito ancora in vita ne acquistasse una per lui, poi restituita. Fini, in quanto presidente della Camera,può inoltre accedere ai voli di-Stato del XXI stormo dell’Aeronautica militare. Se, per ipotesi, li utilizzasse per recarsi nelle quattro città delle convention percorrendo i circa 3.400 chilometri di andata e ritorno con uno dei Piaggio P180 in dotazione la spesa oscillerebbe tra i 50 e i 60mila euro.

Certo, i velivoli devono essere mantenuti in esercizio e quindi dovrebbero volare comunque. Ma se il presidente della Camera non potesse usufruire di questi benefit sarebbe tutto così semplice? D’altronde,sono mesi ormai che il Giornale così come tanti cittadini aspettano un gesto chiarificatore su vicende ben più spinose come quelle della casa di Montecarlo, ereditata dal partito e svenduta al «cognato» Giancarlo Tulliani, o dei contratti Rai alla «suocera» Francesca Frau. E di parole neanche una. Quindi l’utilizzo dell’auto e degli aerei di Stato per scopi politici privati e non per eventi istituzionali non cambierebbe di una virgola il quadro. E, anche se farne a meno in questi casi sarebbe opportuno, si potrebbe sempre obiettare che il presidente della Camera, ovunque vada, è tenuto a rispettare un preciso protocollo per motivi di sicurezza.

Ci sarebbe un’altra possibilità: dimettersi dalla presidenza e tornare a fare politica a tempo pieno ma la volontà manifestata di scollarsi dalla poltrona è stata sempre pari a zero. E, come si vede, ci sono centinaia di migliaia di buoni motivi per non farlo.
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Re: TullianFineide.

Messaggio  Luciano Baroni il Gio Gen 13, 2011 1:18 pm

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