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Messaggio  Doris1 il Mer Mag 02, 2012 1:26 pm

Gimand
sei un pozzo di scienza .M'inchino al tuo sapere e come Angela attendo la risposta al suo quesito, anche perchè un " perchè", scusa il giro di parole, ci deve essere se anche la colonna di Marco Aurelio, eretta dopo la sua morte per ricordare le vittorie sul fronte germanico-danubiano, era sormontata da una statua dell'Imperatore
, ed ora c'è quella di San Paolo

Doris1

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Precisazione

Messaggio  Gimand il Mer Mag 02, 2012 3:36 pm

Angela ha scritto:Gimand, perchè la Chiesa ci ha messo sopra la statua di San Pietro?

Insomma, dai… metterci sopra la statua di un santo quando questa colonna è stata fatta per un antico imperatore pagano, non è stato renderla un monumento cristiano che simboleggia la vittoria della Chiesa sulla cultura pagana?
La mia non è una polemica, carissimo amico “ateo devoto”, ma io, pur riconoscendo alla Chiesa il merito di aver saputo recuperare moltissime opere che diversamente in questo Paese di menta sarebbero andate perdute… insomma, Prof... io non posso fare a meno di notare che i sottanoni sono sempre i soliti furbastri.

P.S.
Ho guardato anche il video. Potrebbe essere lo spunto per una riflessione... vedremo.


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Certo Angela (e rispondo anche a Doris):
Potrei aggiungere che delle statue di bronzo raffiguranti déi o imperatori (che valevano molto più di quelle marmoree), pochissime sono giunte fino a noi: nel corso dei secoli sono state tutte trasformate in arredi sacri e cannoni, come ho avuto modo di affermare a proposito della statua di Marco Aurelio. Potrei aggiungerlo, dicevo, ma sarebbe una scusa puerile. Probabilmente le statue di Traiano e di Marco Aurelio sulla Colonna Aureliana (pallida imitazione di quella Traiana), hanno subìto la stessa sorte, per essere sostituite, nel tardo Rinascimento, da quelle dei due principali Apostoli, appunto Pietro e Paolo. La statua bronzea di Marco Aurelio fu risparmiata dall'iconoclastìa del Primo Medioevo Cristiano solo perché fu scambiata per quella di Costantino, il primo imperatore "Cristiano". Tuttavìa avete centrato in pieno la questione: l'intenzione dei "sottanoni" era appunto quella di affermare visivamente e plasticamente il trionfo della cultura Cristiana su quella Pagana dell'Antichità, ma anche (cara Doris!), per rispondere convenientemente alle accuse che provenivano, proprio in quel momento, dal mondo Protestante, che allora si stava affermando in Germania per opera di Lutero e che, tra l'altro, accusavano la Chiesa di Roma di essersi nuovamente fatta sedurre e corrompere dalla cultura "pagana", la quale aveva perseguitato il Cristianesimo dei primi martiri.
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Gimand

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Reciproca attrazione, reciproco disprezzo

Messaggio  Gimand il Gio Mag 31, 2012 4:27 pm

Osservate il ritratto qui sotto, è del pittore tedesco Friedrich Overbeck (1789-1869), s'intitola Italia und Germania, sì, con i nomi delle due Nazioni in italiano e la congiunzione "und" nella lingua di Goethe.






Ci sono diversi riferimenti che ci fanno comprendere la posizione figurativa, allegorica e soggettiva dei due paesi, ovvero delle due donne (le Nazioni, si sà, sono sempre rappresentate allegoricamente da donne). Il primo riguarda cio' che indossano sul proprio capo: l'Italia (a sinistra) con la corona d'alloro mentre la Germania ha una corona nuziale di mirto. Il secondo riferimento và alla scena pesaggistica che si staglia alle loro spalle, infatti vi sono montagne, laghi e colline che alludono al territorio italiano (forse il Lago Maggiore o quello di Como) e le guglie gotiche e i castelli, tipici di quello tedesco. Terzo e ultimo riferimento è invece presente attraverso le vestigia che ,indubbiamente, si rifanno al periodo Rinascimentale, come un ritorno ad un passato nostalgico.
Già! nostalgia, che in tedesco suona "heimweh", la nostalgia di un passato (ideale) dove una Germania che guarda lontano, tiene la mano di un'Italia afflitta (notate il gioco dell'intreccio delle mani), forse per consolarla, forse per proteggerla o, forse, per possederla. O, forse, per tutte e tre le proposizioni.
Johann Friedrich Overbeck nacque a Lubecca da una famiglia di pastori protestanti e morì a Roma nel 1869 dopo essersi convertito al cattolicesimo. Il quadro sopra fu commissionato da un suo amico. Mentre lo dipingeva l'amico morì e lui lo modificò stravolgendone il significato.
Voi che ne dite, cari amici? Questo capolavoro rappresenta, in fondo, il rapporto intercorrente tra due popoli: così lontani e così vicini nella geografia e nella storia. Non c'è retorica, non c'è trionfalismo nell'immagine. Solo un delicato simbolismo. La morettona e la biondona in un atteggiamento che oggi definiremmo...ambiguo, ambiguo come i duemila anni di Storia in cui i latini e i tedeschi si sono confrontati, studiati, capiti e, spesso, scontrati. Secoli di odio, disprezzo e pregiudizio, ma anche, attrazione, ammirazione, amore e - contemporaneamente - una rivalità feroce e sanguinosa, ma, che è anche diventata spesso e volentieri, una feconda concorrenza.
Ieri come oggi, come il quadro sintetizza. Forse Frau Merkel, ignorantotta provinciale, questo quadro non lo conosce. Mandiamogliene una riproduzione, se e quando tornerà per le vacanze estive ad Ischia, insieme a un biglietto: "Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn?", ovvero: "Conosci tu il Paese dove fioriscono i limoni?"


Ultima modifica di Gimand il Ven Lug 19, 2013 10:45 pm, modificato 4 volte
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Neorealismo

Messaggio  Superciuk il Gio Mag 31, 2012 6:29 pm

Cari amici, etilici e non: Buongiorno!
Quel fessacchiotto del chinottaro Gimand ci ha testè illustrato il significato simbolico del quadro "Italia und Germania" di quel pittore crucco di cui non riesco a scrivere il nome.
Alleluja! Siamo tutti fratelli, siamo tutte sorelle!
Ma guardate un po'cosa si sussurrano le due donzelle:


Ecco! Questo è un po'più realistico di quanto Italia e Germania pensino l'una dell'altra.
Voi direte: "Beh! La crucca, dopotutto, è definita "lavandaia", è una donna che lavora sodo, come tutti i crucchi". Dico io: "Ma anche le Troie!".

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Che cosa ti basta, se Roma non basta?

Messaggio  Gimand il Dom Giu 10, 2012 11:05 pm

"Che cosa ti basta, se Roma non basta?"
E' questa la domanda che il poeta latino Marco Anneo Lucano, rivolge immaginariamente a Giulio Cesare nel poema epico "Pharsalia", che narra della guerra civile tra Cesare e Pompeo, culminata, appunto, nella battaglia di Farsalo. Per Lucano, Cesare è un concentrato di qualità negative, quali l'irascibilità, la mancanza di rispetto per gli sconfitti e, in generale, lo scarso autocontrollo di sé. Il passaggio del Rubicone, nel pensiero di Lucano, rappresenta un atto di sfida e di sovvertimento della morale comune da parte di un condottiero, appunto Cesare, assetato di potere e descritto con tratti animaleschi.
Quello di Lucano è uno dei tanti ritratti negativi che poeti e storici dell'Antichità hanno rilasciato del grande condottiero Romano.


Ma è davvero stato così? Certo, quello di Lucano è un giudizio su persona e fatti molto più vicino all'autore che non ai tempi nostri. Noi infatti possiamo giudicare Gaio Giulio Cesare in base alla scarsa documentazione pervenutaci, soprattutto grazie alla sua opera omnia: i "Commentarii", che sono, al tempo stesso: opera letteraria, autobiografia, bollettini di guerra, manifesto politico, programma di governo, infine, quello che oggi i tedeschi chiamano "weltanschauung", vale a dire, la sua "visione del Mondo".
Lungi da me l'intenzione di riscrivere la Storia e dare un giudizio critico su una delle più famose opere dell'Antichità: me ne manca lo spazio, la voglia, la preparazione culturale e, soprattutto la capacità. Desidero soltanto puntualizzare che grazie ai "Commentarii" cesariani abbiamo oggi lo strumento necessario per percorrere sommariamente quello che è stato un periodo di grandi cambiamenti che hanno inciso in modo indelebile nella storia di Roma, dell'Europa, dell'Occidente e di noi tutti, per quello che siamo oggi.

Dei commentari di Giulio Cesare tutti conoscono la parte più nota: il "De bello Gallico". Non tutti sanno però che l'opera prosegue con il "De bello civili"; poi il "Bellum Alexandrinum"; il "Bellum Africanum"; infine il "Bellum Hispaniense". I primi due, cioè il "De bello Gallico" e il "De bello civili", sono (quasi tutti) usciti direttamente dalla penna di Cesare, gli ultimi tre sono di anonimi, probabilmente ufficiali o centurioni al seguito di Giulio Cesare. Il "Bellum Hispaniense", poi, sembra scritto da un semianalfabeta!
Il "De bello Gallico" è composto da otto libri. Tutti ne conosciamo l'incipit:
"Gallia est omnis divisa in partes tres, quarum unam incolunt Belgae, aliam Aquitani, tertiam qui ipsorum lingua Celtae, nostra Galli appellantur." [la Gallia, nel suo insieme, è divisa in tre parti: in una abitano i Belgi, nell'altra gli Aquitani, nella terza quelli che nella loro lingua si chiamano Celti e Galli nella nostra].
E' un testo agile e scorrevole, ai miei tempi si studiava alle scuole medie (a quelli del liceo erano invece riservate le elucubrazioni e le acrobazie dialettiche, retoriche e grammaticali di quel trombone di Cicerone). Cesare non aveva bisogno di infiorettare la sua prosa: scriveva di battaglie e di vittorie. Probabilmente la "prima nota" gliela metteva giù il suo segretario Aulo Irzio, poi Cesare approvava oppure correggeva, rettificava, raramente aggiungeva; soprattutto cancellava od ometteva. Questo spiega perché i commentari sono scritti in "terza persona": non solo per dare un tono più distaccato alla narrazione, ma anche perché la carta era rara da reperire in quelle circostanze ed una più radicale revisione del testo avrebbe comportato rifacimenti e ritardi. Sì, perché, a quanto pare, man mano che le pagine del resoconto venivano redatte, erano spedite a Roma, ufficialmente per informare il Senato, ufficiosamente per mostrare al popolo di che pasta fosse fatto l'Uomo della Provvidenza Giulio Cesare, come per dire: "Vedete cari Romani, che grande campione avete eletto, prima come console, poi come proconsole nelle Gallie?".
Per il Senato di Roma, questo grandissimo rompiscatole, spedirlo lontano a battagliare (e magari a morire) tra i barbari, costituì una benedizione (almeno, agli inizi), ma ora che arrivavano i proclami di vittoria (ed arrivavano a ondate, come gli sbarchi dei marines), qualcuno incominciò a preoccuparsi ed anche a pensare che quell'aristocratico spiantato ed indebitato, ma anche ambizioso, stava scalzando poco per volta l'autorità della Repubblica.
Perciò gli prepararono un "trappolone": alcuni senatori di parte aristocratica, ora che la Gallia era stata conquistata e "pacificata", si ricordarono che il condottiero aveva arruolato soldati e legioni senza il beneplacito del Senato, che aveva compiuto arbitrii e massacri ingiustificati e che si era comportato troppo disinvoltamente nell'uso dei fondi del bottino di guerra. Siccome Cesare aveva posto la sua candidatura per un nuovo consolato per il 48 a.C. (così, come console eletto, avrebbe potuto evitare inchieste ed accuse), il Senato gli ingiunse di congedare l'esercito e di presentarsi a Roma, nudo e crudo e senza "immunità" istituzionali, per concorrere alla carica, come prescriveva la legge.
Cesare tergiversa: sà benissimo che se ritorna a Roma come privato cittadino i Senatori gli taglieranno la testa. Nel gennaio del 49 il senato decide per l'ultimatum e gli intima di congedare l'esercito, altrimenti verrà proclamato "nemico dello Stato". A questo punto Cesare passa il Rubicone, il fiumiciattolo a Nord di Rimini che costituiva la linea di confine tra la Repubblica e la provincia della Gallia Cisalpina.
Passa la linea di confine (infatti nel territorio della Repubblica non si poteva entrare armati) con una sola legione (le altre erano ancora nella Gallia Transalpina appena conquistata) ed incomincia la parte di storia narrata nel secondo capitolo, il "De bello civili".
Il "De bello civili" è composto da tre libri: inizia con la seduta del Senato che mette "fuori legge" Cesare e si conclude con la battaglia di Farsalo. Per distruggere i nemici, infatti, a Cesare non basta arrivare fino a Roma (in effetti, la marcia su Roma, come quella di Mussolini duemila anni dopo, è quasi una passeggiata militare), Pompeo (che nel frattempo era stato nominato console unico dal Senato per difendere le istituzioni), insieme ad alcuni senatori avversi a Cesare, s'imbarca a Brindisi alla volta dell'Epiro e sbarca a Durazzo, nell'odierna Albania.
Il resto è Storia risaputa. Per distruggere le forze della vecchia oligarchia Cesare è costretto a fare il giro del mondo allora conosciuto: Prima distrugge le retrovie pompeiane annidate in Spagna; poi s'imbarca anche lui alla volta dell'Epiro, assedia inutilmente Pompeo a Durazzo, poi, riuscito a svincolarsi quest'ultimo, lo insegue fino in Grecia, a Farsalo e lo sconfigge pur disponendo di forze numericamente inferiori a quelle dell'avversario.


Pompeo e tutta tutta la combriccola di senatori s'imbarcano a Larissa alla volta dell'Egitto, dove Pompeo contava di trovare alleati e "clientes" per proseguire la guerra. Invece trova la morte ad opera del primo ministro di Tolomeo, Plotino: appena sbarcato dalla nave, Pompeo viene festosamente accolto da una scarica di pugnalate.
E' questo quanto narrato nel "terzo capitolo" dei commentari: il "Bellum Alexandrinum", di autore ignoto, ma probabilmente rivisto ed editato da Aulo Irzio. In questa parte abbiamo le vicende di Cesare e Cleopatra (ma della relazione tra il condottiero e la regina d'Egitto, non v'è traccia nel testo). Dopo aver sottomesso l'Egitto ed averlo reso un regno "cliente" di Roma, Cesare ritorna nell'Urbe in compagnia della regina d'Egitto e prepara un'altra spedizione, questa volta in Nordafrica, nei territori che una volta costituivano il retroterra di Cartagine, anche'essi ridotti da più di un secolo a provincia romana col nome generico di "Africa", in quei territori s'erano infatti raccolti gran parte dei suoi oppositori. E non si trattava soltanto di pompeiani, ma di tutti gli anticesariani, convinti che il suo regime rappresentasse un pericolo per la democrazia.
E siamo arrivati quindi al "Bellum Africanum".


Qui Cesare se la vede piuttosto brutta. Non riesce a far sbarcare subito a Leptis Minor tutte le truppe a sua disposizione. Per qualche mese, in attesa di completare lo sbarco, gira a vuoto tra Leptis, Ruspina, Adrumeto, Aggar e Tapso, subendo anche qualche rovescio militare. Ma è a Tapso che, alla fine, riesce a compiere il suo capolavoro. Finge di farsi accerchiare dal nemico, lo attacca mentre sta ancora completando lo schieramento e lo sbaraglia.
Tutti gli storici asseriscono sia una carneficina. I legionari di Cesare non prendono prigionieri. I Capi degli anticesariani: Metello Scipione, Attio Varo, Cosidio, Fausto Silla ed il grande leader della lotta a Cesare: Catone l'Uticense cadono sul campo, vengono giustiziati oppure si suicidano.
Dopo la vittoria in Africa Cesare si concede la bellezza di quattro trionfi consecutivi a Roma: Sulla Gallia; sull'Egitto; contro Farnace, re del Ponto Eusino; infine in Africa, ufficialmente contro re Giuba.
Restava da compiere un ultimo sforzo: andare di nuovo a snidare i nemici in Spagna, dov'erano stati rovesciati e sconfitti i governatori che Cesare aveva piazzato prima di partire per l'Epiro. Lo scontro avvenne a Munda, nel Sud della Spagna e fu l'ultima battaglia combattuta da Giulio Cesare. Per gli anticesariani fu un altro massacro che Cesare non si sognò neppure lontanamente di fermare.
Perirono gli ultimi anticesariani e Pompeiani: Tito Labieno, Gneo Pompeo Junior e molti altri. A Munda Cesare aveva combattuto una battaglia che si può considerare la sua prova più opaca, ma con quello scontro - caratterizzato dall'ennesimo colpo di fortuna - otteneva la vittoria definitiva nelle guerre civili e spazzava via ogni opposizione militare. Egli stesso ebbe a dire che, se spesso aveva combattuto per la vittoria, a Munda aveva combattuto per la vita. Un altro sforzo del genere non lo avrebbe sopportato, per questo badò bene a non lasciare alcuna traccia di opposizione in Spagna, che purgò con una brutalità del tutto estranea agli altri episodi delle guerre civili che lo avevano visto protagonista.
I Commentari di Cesare si concludono con Munda. Tra pochi mesi ci saranno le fatali Idi di Marzo e la fine della dittatura di Giulio Cesare, ma non per questo ciò costituirà la resurrezione della Repubblica.
Ho detto che i Commentarii cesariani costituiscono, più che un'opera letteraria (non li ha scritti tutti Cesare e gli ultimi due capitoli sono scritti con i piedi da anonimi), sono un manifesto politico ed il Vangelo di tutti gli autocrati che nella Storia seguiranno Giulio Cesare. Il capitolo della conquista della Gallia è praticamente il racconto della nascita della Francia moderna. Analogo discorso si può fare con la Spagna. Lo stesso si può dire per la puntata che compì in Britannia (europeizzazione, almeno parziale, della Gran Bretagna) e la spedizione punitiva oltre il Reno (dove i Romani conobbero per la prima volta, nelle loro terre, quell'accozzaglia di popoli e tribù che fino ad allora avevano sempre genericamente confuso con i Galli le quali, dopo qualche secolo, sotto l'influenza Romana, diedero vita alla Germania).
Nei commentari di Cesare si può trovare tutto quello che in bene o in male caratterizza i popoli europei: la guerra e la pace; Il coraggio e la codardìa; gli intrighi e i confronti leali; l'abnegazione e ed il tradimento; la ferocia e la clemenza; la rozzezza e la cultura più sopraffina.
Tanti i sentimenti che suscita: ognuno ci si può riconoscere. La limpida prosa di Cesare, la burocraticità notarile di Aulo Irzio; la noiosa elencazione di fatti e misfatti del "Bellum Africanum" e persino la rozzezza caporalesca del "Bellum Hispaniense". Diversi autori con un solo protagonista. Il quale protagonista non è tanto Giulio Cesare, ma ciò che esso rappresenta: la forza ad un tempo, brutale e civilizzante di Roma.
Cesare e gli altri autori non citano mai atti di valore individuali. Un esercito in guerra non ha bisogno di eroi, se tutti compiono il loro dovere si vince e se si vince tutti sono eroi. Non si citano eroi, tranne in un'occasione. Leggiamola raccontata dallo stesso Cesare (DbC: III°, 91,1):
"V'era nell'esercito di Cesare un richiamato di nome Crastino, che l'anno precedente era stato sotto di lui primipilo della X legione, uomo di straordinario valore. Egli, quando il segnale fu dato, gridò (...) rivolgendosi a Cesare: "Oggi farò in modo, o generale, d'avere morto o vivo [ut aut vivo mihi aut mortuo], la tua riconoscenza""
Dunque, ecco il segreto di Cesare e degli altri grandi condottieri dopo di lui: la capacità di coinvolgere nel proprio successo o insuccesso [ut aut vivo mihi aut mortuo] tutti quelli che stanno sotto di loro.
Che è poi il carattere di tutti gli Europei di oggi.
.
La vicenda dei manoscritti dei commentarii cesariani è alquanto tormentata. Gli storici dell'Antichità, probabilmente per non compromettersi presso i contemporanei, li hanno citati pochissimo, perciò furono "snobbati", ma è praticamente certo che tutti gli storici antichi li abbiano perlomeno consultati e su di essi si siano documentati. In effetti, più che un'opera letteraria Cesare intendeva mandare ai contemporanei un "manifesto politico" e qual'era migliore occasione di quella di una guerra contro gli odiati Galli?
Anche per questo pochi sono i manoscritti originali sopravvissuti al medioevo. Il più antico dei codici cesariani conservati risale al IX secolo, vale a dire che tra la stesura dell'originale ed il primo dei manoscritti conservati sono passati 1000 anni! Mille anni di copiature a mano con le inevitabili "corruzioni" del testo. Ma anche in epoca relativamente recente essi erano quasi misconosciuti. Fino al XV secolo si credeva addirittura che fossero opera di Svetonio o di un certo Giulio Celso, che una soscrizione di qualche manoscritto indica, in realtà, quale antico revisore del testo. Nel medioevo i commentari ebbero quindi una diffusione alquanto ristretta e pare certo, ad esempio, che Dante non li conoscesse. I filologi ne hanno ricostruito la genesi e la cronologia in questo modo:
  1. Cesare, tra il 58 ed il 51 a.C. redige i commentari sulla guerra in Gallia, fermandosi però alla pubblicazione del libro VII°, coadiuvato in questo dal suo segretario Aulo Irzio.
  2. Nel 46 a.C. alla fine delle guerre civili, quindi dopo le campagne di Grecia, Egitto ed Africa, presumibilmente tra marzo e settembre di quell'anno, Cesare trova il tempo di redigere il "De bello civili"
  3. Nel 44 a.C. - subito dopo la morte di Cesare - Aulo Irzio, incoraggiato da Lucio Cornelio Balbo, amico di entrambi, redige l'VIII° libro del "De bello Gallico", libro che collega senza soluzioni di continuità il "De bello Gallico" con il "De bello civili".
  4. Tra il 44 ed il 43 a.C. Irzio (che non ha partecipato alla campagna d'Egitto) riesce, con tutta probabilità, a correggere anche il testo anonimo del "Bellum Alexandrinum", rendendolo più scorrevole.
  5. Aulo Irzio viene eletto console per il 43 a.C. insieme al collega Vibio Pansa e come tale non ha più il tempo di rimettere ordine ai commentari. Nello stesso anno, partecipa ad una spedizione contro Marc'Antonio (guerra di Modena) e, pur vincitore, muore in combattimento.
  6. Dopo la morte di Irzio, i manoscritti ritornano in mano a Balbo e, senza ulteriori modifiche, vengono pubblicati in un "corpus" unico. Così come sono giunti fino a noi.
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