Il mio "Avatar"

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Il mio "Avatar"

Messaggio  Gimand il Mar Gen 20, 2009 3:55 pm

E' con una punta di snobismo che mi sono permesso di incominciare la mia collaborazione a questo forum con la descrizione del mio "Avatar".
Un'immagine che mi è cara (l'ho usata anche in un altro forum), perché non solo mi evita di esibire la mia (brutta) faccia al pubblico ludibrio e ad imperitura memoria, ma anche perché, essendo questa faccia di bronzo, quel che si dice: "un bel ragazzo" (è un dio!), tante donne potrebbero essere indotte a credere che anche il signor Gimand abbia fattezze simili.
Lasciamoglielo credere; la mia vera faccia, neppure sotto tortura....
Si tratta di un Apollo di fattura "ellenistico-arcaicizzante" rinvenuta negli scavi di Pompei nella cosiddetta "Casa di Polibio". Cosa vuol dire ellenistico-arcaicizzante? Vuol dire che NON è originale. Le sculture arcaiche, infatti, sono tutte del V° -VI°secolo a.c.. Questa, invece Appartiene al I° secolo a.c..
E', con tutta probabilità, stata fusa in Grecia con il metodo cosiddetto della "cera a perdere", forse ad uso e consumo di qualche ricco committente romano che amava quel tipo di sculture, le amava talmente tanto da esser disposto a spendere fior di quattrini per averne una ...taroccata.
Naturalmente ciò è avvenuto più di duemila anni fa. Oggi questo è un bellissimo reperto che potete ammirare dal vero al "Museo Archeologico Nazionale" di Napoli. Io l'ho scannerizzata da un'illustrazione di uno dei tanti libri della mia biblioteca sulla storia di Pompei.
Personalmente ritengo che, da sola, valga la Gioconda di Leonardo. Quindi, per me, i francesi potrebbero dormire sonni tranquilli: si tengano pure la "loro" Monna Lisa al Louvre.
E si tengano pure anche quella sgallettata sinistroide di Carla Bruni. Tra vent'anni (e non tra duemila) sarà un reperto archeologico pure lei, con la differenza che "Carlà" non la esporrannno mai in un museo.
Se la cosa vi farà piacere, ve ne farò godere la visione ogniqualvolta scriverò su questo forum (così sarete più generosi nel giudicare le fregnacce che invariabilmente scriverò) scratch

Gimand


Ultima modifica di Gimand il Lun Feb 02, 2009 4:01 pm, modificato 4 volte
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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Alias il Mer Gen 21, 2009 11:37 am

CIAO GIMAND

PERCHE' NON UTILIZZI QUESTA STANZA COME AULA?
DACCI LEZIONI DI ARTE ANTICA,A PUNTATE.




farao farao farao farao farao



study study study study study
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Arte e parolacce

Messaggio  Gimand il Mer Gen 21, 2009 4:32 pm

Alias, mi hai preso per Vittorio Sgarbi?
L'unica cosa con cui potrei rivaleggiare con Vittorio...sarebbero le parolacce.

..E temo proprio che anche a parolacce, vincerebbe sempre lui.
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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Anatas il Gio Gen 22, 2009 2:12 pm

Gimand ha scritto:Alias, mi hai preso per Vittorio Sgarbi?
L'unica cosa con cui potrei rivaleggiare con Vittorio...sarebbero le parolacce.

..E temo proprio che anche a parolacce, vincerebbe sempre lui.

No, no.... qui potrei vincere io la coppa del mondo.....

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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Angela il Gio Gen 22, 2009 3:43 pm

Anatas ha scritto:
Gimand ha scritto:Alias, mi hai preso per Vittorio Sgarbi?
L'unica cosa con cui potrei rivaleggiare con Vittorio...sarebbero le parolacce.

..E temo proprio che anche a parolacce, vincerebbe sempre lui.

No, no.... qui potrei vincere io la coppa del mondo.....

Vero, A!
Tu hai il tuo... ehm... come si chiama... ah, sì... lato oscuro!
Muuuuuaaaaahhhhh!!!!!


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Gli ultimi "canti" di Saffo

Messaggio  Gimand il Ven Giu 05, 2009 11:57 pm

Alias ha scritto:CIAO GIMAND

PERCHE' NON UTILIZZI QUESTA STANZA COME AULA?
DACCI LEZIONI DI ARTE ANTICA,A PUNTATE.


Massì! Parliamo un po’ di arte antica, come mi aveva suggerito il buon Alias. A suo tempo avevo declinato l'invito: dopotutto non sono mica Vittorio Sgarbi, avevo scritto.
No non sono diventato Vittorio Sgarbi, però, dal momento che tengo una “stanza” piena soltanto di “fregnacce” non farà niente se di fregnacce ne scriverò anche cimentandomi nella tenzone dell’arte?
flower flower flower flower flower flower

Date un’occhiata al dipinto qua sotto:




Che ne dite? Forse qualcuno lo conoscerà già: è un affresco proveniente dagli scavi di Pompei, come il mio Avatar. Anzi, è diventato quasi il “logo” del sito archeologico di Pompei. Lo potrete trovare anch’esso al Museo Archeologico Nazionale di Napoli. Gli archeologi, in mancanza di altri dati, lo hanno battezzato “La poetessa”. Recentemente hanno dedotto si tratti di un ritratto di fantasia di Saffo (di fantasia, perché quando è stato dipinto, Saffo doveva già essere morta da più di sei secoli). Un’elegante matrona che stringe nella mano sinistra dei pugillares (tavolette di legno spalmate di cera, che in epoca romana servivano per scrivere e prendere appunti; dei block-notes dell’antichità); nella destra, uno stylum (un’asticciola di metallo atta ad incidere la cera dei pugillares), tenendolo appoggiato alle labbra con aria pensosa, come se stesse meditando una rima o rimuginando un verso poetico.
Saffo, la più antica poetessa della storia europea, nacque a Ereso, nell’isola di Lesbo, probabilmente attorno al 640 a.C., visse nella città principale dell’isola, Mitilene. All’attività poetica (che gli diede l’agiatezza) affiancò la direzione di un tìaso, una sorta di college, una struttura tipica della Lesbo arcaica. Il tìaso era il luogo in cui si compiva l’educazione prematrimoniale delle fanciulle convenute, non solo da Lesbo, ma anche da nobili famiglie d’oltremare, in particolare dalla vicina Lidia. L’educazione era incentrata sui valori che la società aristocratica richiedeva ad una donna: l’amore, la delicatezza, la grazia, la capacità di sedurre, il canto, l’eleganza raffinata dell’atteggiamento. La poesia saffica nasce quindi per accompagnare i vari momenti della vita del gruppo: le feste comuni, le danze, le preghiere alla dea protettrice, lo sbocciare di sentimenti e di amori tra le giovani, le gelosie e le rivalità tra i tìasi rivali, i momenti struggenti delle partenze delle ragazze ormai adulte che abbandonavano il tìaso per andare incontro alla vita ed al matrimonio.
I legami tra Saffo e le sue allieve non dovevano essere solo spirituali: un giorno, un brutto giorno, i genitori di una delle ragazze, di nome Attis, arrivarono a Lesbo, a dir poco, piuttosto contrariati: qualcuno aveva riferito loro che in quel collegio i rapporti che le ragazze intrecciavano tra loro erano di un genere…diciamo così…un po’ particolare. Fatto sta che i due coniugi si presero con sè la figlia e se ne tornarono a casa in fretta e furia.
Per Saffo fu come se il mondo le cascasse addosso, lo scandalo dovette esser bello grosso: pare che fu costretta da autoesiliarsi in Sicilia, dove si sposò ed ebbe una figlia. Ma nelle sue poesie rimase il rimpianto per le sue ragazze e per quel vergognoso scandalo che le rovinò la vita. Ora giudicate voi, dai versi che ad Attis dedicò, se poteva esservi qualcosa di più di un affetto filiale nei confronti delle sue allieve:

Mi pare simile a un dio
L’uomo che ti siede accanto
e ti ascolta così, mentre parli
con lieve sussurro e ridi amabile:
questo mi stringe il cuore nel petto!

basta che ti getti uno sguardo
e subito la voce mi manca
la lingua si spezza, subito
un fuoco sottile mi scivola
sotto la pelle,

lo sguardo s’offusca, rombano le orecchie
un freddo sudore mi cola, tutta
mi scuote un tremito,
e più verde dell’erba divento
e poco manca che muoia.

Ma bisogna che tutto sopporti…

./.

Ti amai un tempo, Attis

mi parevi una piccola bimba sgraziata.

./.

Chi è bello è bello solo da vedere
chi è valente parrà subito anche bello.

./.

Vorrei davvero essere morta.
Lei mi lasciava piangendo,

e molte cose mi disse e poi questo:
“Ah, come terribilmente soffriamo,
Saffo, io contro mia voglia ti lascio!”
E io le risposi:
“Addio, e serba memoria di me,
tu sai quanto ti amavo.

E se non sai, io voglio
che tu rammenti…
…le belle cose che facemmo insieme:
molte ghirlande di viole,
e di rose e di croco
…ti ponevi sul capo al mio fianco
e molte corone intrecciate di fiori
cingevi attorno al tenero collo

e ti ungevi d’unguento odoroso
e di profumo regale,
sopra un soffice letto
il desiderio…”



Poco ci è rimasto delle poesie di Saffo: ottantadue liriche cosiddette “monodiche” (vale a dire recitate da un singolo cantore, a differenza di quelle “corali”, in cui il canto di un coro si accompagnava anche alla danza). Ottantadue liriche ritrovate quasi miracolosamente alla fine dell’800: erano scritte sulle bende che avvolgevano una mummia rinvenuta in Egitto. Ottantadue liriche (a volte monche, incomplete od illeggibili); e il ricordo degli antichi, nonché la brutta abitudine di definire le donne gay “lesbiche” (da Lesbo, l’isola di Saffo) oppure “saffiche”.Davvero troppo poco, per il poco che conosciamo di lei. E troppo male per quello che di Saffo ci è stato tramandato.
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I "mores" di D'Avanzo

Messaggio  Gimand il Ven Giu 19, 2009 4:21 pm

Ragazzi, secondo "Repubblica" questa sotto dovrebbe essere pressappoco l'immagine dei "festini" del Berlusca in quel di "Villa Certosa" o a "Palazzo Grazioli":





MAGARI!
Quella sopra è in realtà l'affresco (o megalografia) rinvenuto nella "Villa dei Misteri" di Pompei dall'archeologo Maiuri, e precisamente la parte di quella magnifica "strip" di affreschi che dovrebbe rappresentare le varie fasi dell'iniziazione di una fanciulla ai riti "Dionisiaci".
La parte qui riportata è (per me) la più interessante: a parte il magnifico "lato B" della "menade" danzante in primo piano, ci illustra quanto avevo riferito nella "stanza" riguardante Saffo. Nell'antichità, la sessualità e l'esibizione delle nudità maschili e femminili, facevano parte di un rituale religioso che, coll'avvento del Cristianesimo, è stato "censurato" e soppresso.
In effetti, quando questi ed altri dipinti "osé" vennero rinvenuti, non erano mostrati ai "minori di 18 anni" (e anche oltre, per la verità). Ma, ovviamente, erano troppo belli per essere "censurati" in eterno.
Se farete una capatina a Pompei, non lasciateveli sfuggire, ricordate: "Villa dei Misteri".
Ecco, se ci fosse stato, duemila anni fa, un signor D'Avanzo, avrebbe certamente chiesto le dimissioni dei "decurioni" (gli amministratori) del "Municipium" di Pompei, per aver permesso che si facessero simili "schifezze", sia pur in casa d'un privato.
Di fessacchiotti come D'Avanzo credo che ce ne siano stati in tutte le epoche e presso tutte le latitudini: non mi stupirei, anzi, se un giorno saltassero fuori delle "note di censura" dell'epoca, anche per questo dipinto.
O tempora, o mores! (O tempi, o costumi!), inveiva Cicerone (o non era D'Avanzo?).
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Il Marco Aurelio

Messaggio  Gimand il Gio Giu 25, 2009 5:25 pm





Quella sopra è la famosa statua equestre dell’imperatore Marco Aurelio, in mezzo alla Piazza del Campidoglio.
Una vita avventurosa quella del Marco Aurelio in carne ed ossa.
Ed ancora più avventurosa è stata la vita della statua di bronzo dorato che lo raffigura.
Per la cronaca, il Marco Aurelio in carne ed ossa, nacque da una facoltosa famiglia originaria di Uccubi (Spagna Betica, o meridionale), trasferitasi a Roma nel corso del I° secolo d.c.
Quand’era ancora fanciullo si attirò la benevola attenzione dell’imperatore Adriano (anch’esso originario dell’Iberia). Succeduto ad Adriano Antonino Pio, al giovane Marco Aurelio, che nel frattempo aveva intrapreso la carriera forense, venne data in moglie la figlia dell’imperatore: Anna Galeria Faustina Minore, la quale gli portò in dote il titolo di imperatore (in abbinamento al fratello Lucio Vero), una bella dose di corna (che Aurelio restituì con gli interessi) ed uno sciaguratissimo figlio, Commodo, che grazie alla sua vacuità, per poco non mandò in rovina prematuramente l’Impero Romano.
Nel 161, quando era sul letto di morte, Antonino Pio trasferì quindi nelle mani di Marco Aurelio l’autorità imperiale. Il giovane, chiese contemporaneamente al senato di nominare Lucio Vero suo collega a tutti gli effetti. Per la prima volta, nella storia dell’impero si ebbe così una “diarchia”, cioè due imperatori regnanti contemporaneamente.
I due fratelli dovettero subito correre da un capo all’altro dell’impero perché sia i Parti in oriente, sia i germani sulla frontiera del Danubio, varcarono i confini per una delle loro consuete incursioni all’interno dell’Impero Romano. Passarono gran parte della loro esistenza a difendere le frontiere minacciate. Quando nel 167 Lucio Vero morì, Aurelio tornò sul Danubio (aveva dovuto trascurare questo settore perché la minaccia maggiore veniva dai Parti) per farvi fronte con maggiore decisione. La lotta fu più impegnativa di quanto si fosse mai verificato in occasioni precedenti e continuò sotto la guida personale dell’imperatore per la maggior parte degli ultimi quattordici anni della sua vita.
Nel 180 d.c., dopo l’ennesima battaglia vinta, quando stava per cogliere il successo definitivo sui germani, Marco Aurelio fu colpito dalla peste che stava mietendo vittime sia nel campo romano, sia in quello germanico. Nell’accampamento di Vindobona (Vienna) presentò suo figlio Commodo alle legioni schierate, fece giurar loro fedeltà al “principe ereditario”, quindi si ritirò sotto la sua tenda e morì.
Come si sia comportato l’erede Commodo, lo abbiamo visto nel film “Il gladiatore”. Vi posso assicurare che la sceneggiatura del film, nei confronti di Commodo, è stata fin troppo benevola: Commodo fu peggio, molto peggio di quanto è stato descritto nel film.







Veniamo allora a descrivere le vicende della statua equestre di Marco Aurelio, che sono non meno interessanti ed avventurose di quelle del ”modello originale”.
La statua di bronzo dorato, di fattura grecizzante, non si sa di preciso quando venne fusa, probabilmente dopo la morte di Marco Aurelio; probabilmente, era accoppiata insieme ad un’altra statua equestre, forse dello stesso Commodo (affinché il giovane imperatore potesse godere della gloria conquistata dal padre); probabilmente le due statue erano collocate nel “Campo Marzio”, pressappoco dove oggi si trova l’antica basilica di San Giovanni in Laterano ed in Laterano rimase fino al XVI° secolo; probabilmente, sotto lo zoccolo della zampa destra del cavallo, quella sollevata per dare un'immagine di moto, era collocato un barbaro semisdraiato nell’atto di implorare pietà, mentre il destriero dell’imperatore sta per travolgerlo (accorgimento che permetteva al monumento di poggiare saldamente su quattro sostegni).
Quando Commodo fu ucciso per una congiura di palazzo, la sua statua venne fusa (damnatio memoriae) e la statua del vecchio imperatore rimase solitaria.
A questo punto se ne perdono le tracce. Sopravvisse alle distruzioni del Medioevo perché, in Era cristiana, fu scambiata per un’effige di Costantino (il primo imperatore cristiano). In effetti, nell’antichità, le statue di metallo erano valutate molto di più di quelle in marmo: per tale ragione queste ultime sono arrivate fino a noi e per tale ragione pochissime sculture bronzee sono sopravvissute: vennero tutte trasformate in crocifissi, arredi sacri, pentole, padelle e…cannoni.
Per quasi millecinquecento anni il bronzo rimase abbandonato nei pressi della Basilica lateranense: subì ogni tipo di "angherie". Alla fine, per il peso (l’immagine del barbaro era nel frattempo stata rimossa) le zampe del cavallo si spezzarono e per un certo periodo rimase per terra a gambe all'aria.






All’inizio del XVI° secolo, con la riscoperta dei valori della classicità e della romanità, tipica del periodo Rinascimentale, si decise di recuperare l’area (nel frattempo degradata) del Laterano. La statua venne risollevata, restaurata (furono rifatte, tra l’altro, la calotta cranica dell’imperatore, la criniera e la coda del cavallo, una natica dell’animale e la doratura che lo ricoprivano). Si decise di spostare il monumento dal Laterano al più riparato Campidoglio e, grazie all’interessamento di Michelangelo Buonarroti, fu collocato al centro del piazzale, davanti al Palazzo dei Conservatori che lo stesso Buonarroti aveva precedentemente abbellito con il rifacimento della facciata, la costruzione della loggetta e della scalinata, che si possono tutt’oggi rimirare.
Il piazzale fu completato nel 1940 con la posa di un lastricato policromo che forma quel ricamo ellittico che ha per fulcro il monumento stesso.
Ma le “avventure” del monumento non finirono certamente così, di oltraggi la statua ha continuato a riceverne: durante l’occupazione napoleonica venne presa a fucilate, alcuni restauri frettolosi per poco non la mandarono in pezzi (il rivestimento aureo è stato rifatto più volte ed ogni volta si è rischiato di danneggiare il bronzo sottostante); il bronzo, in alcuni punti ha raggiunto lo spessore di poco più di un millimetro, le incrostazioni di smog e le piogge acide possiamo immaginare quanto abbiano inciso (ed hanno “inciso” parecchio).
Per questa ragione, nel 1981 la statua venne definitivamente smontata dal sito e sottoposta ad un radicale ed esteso restauro, presso l’Istituto Centrale per il Restauro di Roma. Nel 1997 nel Piazzale del Campidoglio ne venne ricollocata una copia abbastanza fedele all’originale e, finalmente, nel 2007, l’originale esposto all’interno dei Musei Capitolini, riparato da una teca di cristallo ed illuminato da un lucernario posto sul soffitto.
Così, uno dei simboli di Roma (insieme alla Lupa capitolina) è ritornato a far sfoggio di sé in uno dei luoghi più suggestivi della capitale.
Il buon “Marco Aurelio” è così ritornato a casa. Il monumento sotto il quale, in epoca papalina, insieme alla statua monca di Apollo denominata “Pasquino”, venivano appesi i foglietti contenenti le corbellature indirizzate a papi e a cardinali.
Bentornato Marco Aurelio!
E speriamo che insieme a te, ritornino anche le “pasquinate” e le “corbellature” dei tempi che furono.
Roma e l’Italia tutta ne hanno ancora bisogno.
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Il guerriero di Capestrano

Messaggio  Gimand il Ven Lug 10, 2009 7:28 pm

Era mia intenzione iniziare, a questo punto, una bella descrizione del Colle Palatino a Roma. Poi non ne ho potuto fare niente: un po’ per mancanza di tempo; un po’ perché il Palatino, più che un’opera d’arte, è un complesso monumentale, per di più stratificato nel tempo: va, infatti, dal VIII° secolo a.c. fino al V° secolo d.c..
Meglio quindi ripiegare su qualcosa di più “semplice”. L’idea me l’ha data il G8 de L’Aquila. Infatti, nel grande salone ricavato all’interno della caserma “Coppito”, tra i governanti di mezzo mondo che discutevano dei guai dell’Orbe terracqueo, è stata esposta una strana scultura: il cosiddetto “Guerriero di Capestrano”, una statua scoperta casualmente da un contadino nel 1934 nella località della quale porta il nome, appunto, Capestrano, nell’antico territorio dei “Vestini”, tribù del popolo dei Sabini. Ora, la statua si trova esposta al MUSEO ARCHEOLOGICO NAZIONALE D’ABRUZZO di Chieti ed è stata trasportata alla sede del G8 in occasione della conferenza.



La scultura è alta più di due metri, con il piedistallo: 2,56. E’ in pietra calcarea, rappresenta un guerriero divinizzato. Lo sostengono ai lati due colonnine quadre, su una delle quali compare l’iscrizione (preitalica): MA KUPRI KORAM OPSUT ANANIS RAKI NEVI; che, secondo alcuni archeologi, vorrebbe significare: Me, bella immagine, fece (lo scultore) Aninis per il re Nevio Pompuledio.
Lo stile è ancora primitivo e risale ai secoli VII – VI a.c.; sul capo porta un vistosissimo elmo a forma di sombrero, il petto è protetto da una placca rotonda, una piccola ascia nella mano destra (insegna del potere) ed una spada nella mano sinistra. Completa il tutto una maschera (probabilmente mortuaria) sul viso.

Forse, secondo alcuni, è l’immagine di un comandante sul punto di sacrificarsi agli dei inferi, con un antico rituale di guerra, la “devotio”: quando una battaglia prendeva cattiva piega, se ne attribuiva la causa a colpe, cioè omissioni rituali e liturgiche, commesse verso le divinità infere e appunto a queste, per espiazione, si offriva allora in sacrificio il comandante che si slanciava tra le schiere nemiche per portarvi disordine e incontrarvi la morte certa, ridando così fiducia ai propri soldati rassicurati dall’espiazione compiuta.
Di questo “karakiri” v’è testimonianza anche in epoca Romana, Tito Livio (Libro VIII; IX) riporta la descrizione del rito a proposito della battaglia di Sentino (295 a.c.), protagonista il console Publio Decio Mure:

“…Allora Decio a gran voce chiama Marco Valerio e gli grida: “Marco Valerio, bisogna ricorrere all’aiuto degli dei. Orsù, tu, pontefice pubblico del popolo romano, dèttami la formula con la quale devo sacrificarmi per le legioni”.
Il pontefice gli fece rivestire la toga pretesta e gli fece recitare a capo velato, sporgendo la mano sotto la toga sino al mento, stando ritto con i piedi sopra un giavellotto, queste parole: “Giano, Giove, Marte padre, Quirino, Bellona, Lari, dèi Novensili, dei Indigeti, dei che avete potere su noi e sui nemici, o dei Mani, vi prego, vi venero, vi chiedo e da voi avrò la grazia che procacciate forza e vittoria al popolo romano dei Quiriti e che i nemici del popolo romano dei Quiriti siano da voi colpiti da spaventoso terrore e da morte. E come ho dichiarato con parole, così agli dèi Mani e alla Terra consacro insieme con me le legioni e le milizie ausiliarie dei nemici, a gloria della repubblica dei Quiriti, dell’esercito, delle legioni, delle milizie ausiliarie del popolo romano dei Quiriti”. Compiuta la deprecazione, mandò littori a Tito Manlio per informarlo subito che egli si era votato per la vittoria dell’esercito. Poi, togato all’uso gabinio, riprese le armi, balzò a cavallo, e si precipitò nel folto dei nemici…”


Come si vede dalla descrizione di Livio, un rituale piuttosto elaborato e complicato, anche se lo storico latino, probabilmente, ci dà una versione tarda e rimaneggiata della devotio: il rituale con il quale gli antichi guerrieri-pastori italici, nel loro spirito bellicoso, fin dall’età arcaica, prendevano su di loro i peccati e le omissioni di tutto l’esercito e si consacravano agli inferi, trascinando nella propria morte e nella propria rovina anche l’esercito nemico.

E’ quindi un bene che gli organizzatori del G8 abruzzese abbiano voluto mettere a guardia dei convenuti la statua del guerriero di Capestrano. Forse l’hanno piazzato lì come se volesse dir loro:
“Ragazzi! La prossima volta che fate una ca…ta, col cavolo che io mi sacrifico per voi tutti. Vi lascio nella m…. e me ne torno a casa”
E, guardandolo bene, sembra che faccia a tutti i convenuti il... gesto dell’ombrello.


Ultima modifica di Gimand il Mer Ago 25, 2010 11:01 pm, modificato 2 volte
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Sai dove te lo metto!!??

Messaggio  Superciuk il Sab Lug 11, 2009 12:09 am

Giiimand!!!!! Non mi frega niente del guerriero di Capestrano: quello è talmente ciucco che ha bisogno di due stampelle per stare in piedi, altro che colonnine!
Dicci piuttosto che vini hanno servito al G8
Che gliene mando una dozzina di damigiane a Gheddafi
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Messico e nuvole

Messaggio  Gimand il Sab Lug 18, 2009 10:06 pm

Come avevo promesso a Renata, vi invio le foto che ho scattato nel lontano 1987, nel corso del viaggio in centroamerica (Messico, Guatemala, Honduras) che avevo effettuato insieme ad alcuni amici.
Anche se allora avevo 22 anni di meno, la mia faccia era già brutta come ora, quindi l’ho coperta con il mio “Avatar”. Spero che la cosa non vi dispiaccia (spiacerà a Salvo).
Il viaggio è durato dal 4 al 21 Agosto 1987, partenza da Linate, poi Fiumicino, New York e Mexico City.

Il 9/8/87, visita a Villahermosa (Messico). Al Parco della Venta ho avuto la fortuna d’incontrare due parenti di Salvo. Ragazzi molto simpatici. Ve li presento:



Il 15/8, dopo aver sorvolato una foresta con un piccolo aereo da turismo, atterriamo a Tikal, in Guatemala. Dopo aver ringraziato il Padreterno per lo scampato pericolo, eccomi all’aeroporto…Aeroporto!?...Beh! Si fa per dire:



Quindi eccomi mentre mi accingo all’arrampicata su di una piramide Maya (Il bellimbusto in maglietta bianca seduto ai piedi della scalinata sono io):



Ora, a godermi il meritato riposo, sullo sfondo le piramidi e le costruzioni Maya di Tikal:




Queste sono solo quattro foto. Ne ho altre. Se volete ve le mostrerò successivamente. A risentirci.
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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Renata il Sab Lug 18, 2009 11:23 pm

Gimand, che belle foto.
Grazie.
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Messico e nuvole (2)

Messaggio  Gimand il Mer Lug 22, 2009 2:04 pm

Ed eccoci alla seconda puntata del viaggio in Messico, Guatemala e Honduras dal 4/8/87 al 21/8/87.
Appena arrivati a Città del Messico il 5/8/87 noleggiamo un taxi e ci facciamo condurre a Tula, sito archeologico molto importante. Piramidi e templi della civiltà Tolteca:









Qui siamo a Cuilapan il 6/8/87, nella provincia di Oxaca, donne al mercato:



Il 13/8/87 siamo a Città del Guatemala. Noleggiamo un pulmino Volkswagen, in un’ora e un quarto siamo al villaggio di Chichicastenango, dove c’è la festa del Santo patrono del paese. Date un’occhiata ai costumi delle donne. Non troverete nessuno in giacca e cravatta: vanno ancora vestiti come 500 anni fa.






Con queste sono dieci foto. Ne ho altre ancora, naturalmente, La prossima puntata…Una puntata in Honduras: Livingstone e Rio Dulce.
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Il mio AVATAR!!!

Messaggio  Cattivik il Gio Lug 23, 2009 8:21 pm

Sono proprio io. Dio come sono bello! Dio come sono affascinante!

Aitante ed atletico, abbronzatissimo. Credo proprio che farò una strage di cuori femminili .
Io e la mia arma letale. Una coppia veramente fantastica. Da che posso ricordare, io e il mio martellone siamo sempre stati insieme.
La mamma avrebbe voluto chiamarmi Thor, ma poi guardandomi, ha preferito ripiegare su qualcosa di più normale, adesso che mi ci fate ragionare, non comprendo il perché di tale decisione.
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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Cattivik il Ven Lug 24, 2009 8:05 pm

Vorrete mica paragonarmi a quel "belloccio" di Gimand spero. What a Face What a Face What a Face
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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Superciuk il Sab Lug 25, 2009 1:18 am

Cattivik ha scritto:Vorrete mica paragonarmi a quel "belloccio" di Gimand spero. What a Face What a Face What a Face


Gimand è belloccio


Io sono alticcio


Tu sei uno straccio
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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Angela il Sab Lug 25, 2009 1:35 am

Superciuk ha scritto:
Cattivik ha scritto:Vorrete mica paragonarmi a quel "belloccio" di Gimand spero. What a Face What a Face What a Face


Gimand è belloccio


Io sono alticcio


Tu sei uno straccio


Mmmhhh... tra i tre... io preferisco sempre Superciuk! Sì... è il più fico! E poi... è un poeta! E che poeta!

drunken Dio! Che bella la faccina di Superciuk!
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L'Augusto di Primaporta

Messaggio  Gimand il Dom Nov 01, 2009 5:30 pm



La statua, nota anche come Augusto loricato, venne rinvenuta nel 1863 nella Villa di Livia, moglie di Augusto, a Primaporta presso Roma. La data della statua è sicuramente posteriore al 20 a.C. anno della restituzione delle armi di Crasso.
Essa mostra l'imperatore a testa e piedi nudi per accentuare il carattere eroico della rappresentazione. II braccio destro si protende in alto, ad accompagnare la parola con il gesto, come per arringare gli astanti. Lo stile Augusteo si manifesta soprattutto nella testa-ritratto e nei rilievi sulla corazza. Nella testa si fondono elementi greci ed italici: i capelli che nella parte posteriore sono disposti secondo schemi della classicità greca, ma, a differenza delle statue greche, l’imperatore non è nudo (nudità eroica), è ricoperto dai “paludamenta” militari, che sono il simbolo dell’Imperium di cui egli è titolare. Estremamente importante, sia per la datazione sia per l'ideologia augustea, è la complessa figurazione della corazza. Il piccolo Eros che cavalca un delfino, posto ai piedi dell’Imperatore, accorgimento per irrobustire la base della statua, simboleggia la discendenza della sua famiglia, la gens Iulia, e quindi ne conferma l'origine divina.



Anticamente, come quasi tutte le statue marmoree dell’epoca, anche l’Augusto di Primaporta era colorato. Tracce dei colori si possono ancora rilevare soltanto al microscopio. Durante il Rinascimento, con la riscoperta dei valori della Classicità, infatti, le statue che vennero riprodotte in marmo rimasero del colore naturale della pietra con cui erano state scolpite. Così, fino a pochi anni fa, si riteneva che fossero anche le statue dell’antichità.

Gaio Ottavio, poi, dopo l’adozione di Giulio Cesare: Gaio Giulio Cesare Ottaviano (cioè: proveniente dalla gens Ottavia), quindi, con la proclamazione ad Imperatore: Gaio Giulio Cesare Augusto (participio passato del latino augere: accresciuto, aumentato), nacque nel 63 a.C. a Velletri da una facoltosa famiglia di cavalieri, imparentata con il Divo Giulio Cesare del De Bello Gallico, parentela che, alla morte di Giulio Cesare, permise al giovane Gaio Ottavio di arrivare dove arrivò.
Ed arrivò dove arrivò anche e soprattutto grazie alla seconda moglie: Livia Claudiana Drusilla. Donna, secondo i suoi contemporanei: bellissima, astutissima, ambiziosissima (e, pure, figlia di buona donna). Senza di lei, probabilmente Augusto avrebbe fatto una brutta fine prima del tempo.
Livia, che, come s’è detto, sposò in seconde nozze Augusto, era stata moglie di Tiberio Claudio Druso Nerone a cui diede due figli: Tiberio (imperatore dopo Augusto) e Druso (nato poco dopo il divorzio e le nozze-lampo con Augusto). L’imperatrice sopravvisse al marito, al figlio Druso, ai pretendenti più o meno legittimi alla successione di Augusto ed a tutti i rivali (e le rivali) politici della famiglia Giulio-Claudia (famiglia Claudia alla quale lei stessa apparteneva, ed era a Roma ancora più illustre della famiglia Giulia). Fu lei, secondo alcuni storici (ed anche secondo me), colei che “inventò” l’impero e la figura dell’imperatore quale dovette restare nei quasi cinque secoli successivi. Campò fino a 86 anni (età più che veneranda per l’epoca, ed anche per i giorni nostri). Si disse che fece avvelenare tutti coloro i quali avrebbero potuto ostacolare l’ascesa al trono del figlio Tiberio dopo la morte di Augusto (e forse fece avvelenare anche lo stesso Augusto quando incominciò a rimbambire).
Quando morì il marito, si ritirò nella sua villa a nord di Roma e lì, finché ebbe vita, continuò a trescare per mantenere il controllo dell’impero, tant’è che il figlio Tiberio, nauseato da quegli intrighi, un bel giorno si trasferì a Capri e da quell’isola guidò la politica imperiale.

Ma la statua di Augusto (copia-matrice delle statue che inondarono tutto l’Impero a scopo propagandistico) rimase nella sua villa e ci è rimasta per quasi duemila anni, finché non fu rinvenuta durante gli scavi archeologici che la riportarono in luce.
Sul pettorale della lorìca di Augusto possiamo trovare riassunta tutta l’ideologia dell’impero augusteo: Agusto è divus (cioè è divino) perché discendente da Venere (l’amorino ai suoi piedi); il simbolo del sole (Apollo) sulla lorìca; è imperator (comandante in capo delle legioni); ha restaurato la potenza ed il prestigio di Roma grazie ai suoi figli (Tiberio e Druso che sottomettono i Parti dopo la sconfitta di Crasso); ha sottomesso la Germania e la Pannonnia sempre grazie a Tiberio e Druso.



Per finta modestia, Livia non si fece quasi mai ritrarre. Non ci sono infatti giunte immagini sicure del suo viso e della sua persona (quelle che ci sono, in realtà, le sono soltanto attribuite). Ma l’immagine del “fondatore dell’impero”, quella sì ed è grazie a lei che possiamo tutt’oggi ammirarla.

A Roma, nei Musei Vaticani
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Il "Lapis Niger"

Messaggio  Gimand il Lun Nov 16, 2009 7:12 pm

Nel 1899, durante i lavori di scavo archeologico nel Foro Romano, venne alla luce, nei pressi della “Curia Giulia” (la sede del Senato) un grande lastrone di pietra nera (da cui il nome), circondato da alcuni cordoli di marmo bianco.



Scavando sotto il lastrone, furono ritrovati una serie di reperti che, ad un primo esame, si stabilì fossero risalenti alla Roma arcaica, cioè almeno al VI secolo a.C.



Ci si ricordò allora che alcuni storici antichi come Varrone avevano riferito che quel luogo era il sito di un altare molto antico, e lo avevano anche descritto: un altare a tre lobi, sito nei pressi della Curia in prossimità del Comizio (piazzale dove nella Roma della Prima repubblica si tenevano le elezioni dei magistrati), a forma di ferro di cavallo. Sui lobi laterali erano poste le statue di due leoni accovacciati. Nei pressi dell’altare una colonna cilindrica reggeva la statua di Romolo, il fondatore di Roma...



..e nei pressi della statua un cippo a forma di parallelepipedo recava su tutti e quattro i lati una scrittura in caratteri greci antichi.



La descrizione, quindi, del luogo: o della sepoltura di Romolo, o della sepoltura di Faustolo, il padre adottivo di Romolo, oppure dove Romolo era stato ucciso. Era comunque un luogo che non poteva essere calpestato da piede umano o animale, pena la consacrazione agli “Dèi Inferi”, appunto il cosiddetto “Sakros esed…”, in latino classico: “Sacer sit…” che tradotto il italiano moderno, anzi, in romanesco, suonerebbe pressappoco: “Che je pijasse n’accidente…”




I reperti archeologici furono riportati alla luce e trasferiti ai “Musei Capitolini”. Nel secondo dopoguerra, all’inizio degli anni ’50, furono però ricollocati dov’erano in origine, fu ricostruita una volta in cemento e ricavata una nicchia sotterranea dove il “lapis niger” avrebbe potuto essere visitato dai turisti scendendo per una scaletta.
Però in 50 e più anni la volta in cemento armato, a seguito dell’umidità del luogo, incominciò a cedere, ragion per cui, l’anno scorso sono iniziati i lavori di risistemazione del sito: la volta di cemento è stata rimossa ed il lapis niger di nuovo scoperchiato. Verrà ricoperto da una tettoia o da un “contenitore” com’è stato fatto a suo tempo per l’Ara pacis.
Questo reperto archeologico è d’importanza capitale: è il più antico documento di epoca romana (VI secolo a.C.), conferma l’esistenza dei Re di Roma, non si tratta dunque di leggende: si fa riferimento ad un “regei” (in latino arcaico genitivo: “del re”). E forse ci conferma anche dell’esistenza di Romolo, il fondatore di Roma.
Inoltre ci spiega come nacque il nostro alfabeto, cioè l’alfabeto latino. L’alfabeto cosiddetto “latino” nacque per adattamento ed estrapolazione dei caratteri Etruschi, che a loro volta erano stati mutuati dall’alfabeto Greco-Calcidese, dal momento che l’iscrizione sul cippo è ad andamento “Bustrofedico” verticale. Cosa vuol dire Bustrofedico? Ecco un altro mistero che viene a svelarsi: L’alfabeto latino si è sempre espresso scrivendo da sinistra verso destra. Lo stesso per quello Greco (da cui, ripeto, deriva seppure per mediazione Etrusca). Ma l’alfabeto Greco non sempre lo si è scritto da sinistra verso destra: siccome, a sua volta, l’alfabeto greco è stato mutuato da quello Fenicio, che si esprimeva invece da destra verso sinistra, in origine, quindi, nell’Ellade si scriveva alla stessa maniera. Poi, qualcuno da quelle parti comprese che era più comodo non coprire con la mano scrivente quello che si era già scritto (a meno che non si fosse mancini) e passò alla scrittura partendo da sinistra. Ma vi fu un periodo intermedio nel quale si scriveva “Come quando si gira il bue” (questo significa in greco Bustrofedico). E quando si gira il bue?. Elementare: quando si ara un campo. In effetti, nel tracciare i solchi in un campo, arrivati alla fine, non si torna indietro, si voltano il bue, l’aratro ed il vomere e si traccia in senso inverso.
La stessa cosa si faceva nella scrittura: non esisteva “a capo”, bensì, arrivati alla fine della riga (in greco: strofòi), si continuava a scrivere in senso inverso, come col bue (in greco boù) in un campo da arare. Boù + strofòi = Bustrofedico.



In epoca imperiale (Augusto) il foro Romano venne lastricato nuovamente ed anche rialzato di un paio di metri. Gli antichi reperti fu quindi giocoforza seppellirli, però conservando la sacralità del luogo: come per una tomba, la tomba di una tomba.
Ora, forse, proseguendo ulteriormente negli scavi, si potranno chiarire altri misteri: di chi sia effettivamente quella tomba; o se si tratti soltanto di un cosiddetto “Cenotafio”, cioè di una tomba simbolica; oppure, effettivamente, di un luogo sacro, talmente importante che era a tutti proibito calpestare, anche in epoca “storica”, appunto: SAKROS ESED…


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Carme "bustrofedico" (verticale)

Messaggio  Superciuk il Mer Nov 18, 2009 4:13 pm

Cari amici, etilici e non:
Scusate innanzitutto se "esondo" dalle stanze dei "Carmi etilici" , ma non potevo resistere:

a) Non potevo resistere alla tentazione di comporre un carme sulla estrema competenza in calcoli statistici del sikano.
b) Non potevo di conseguenza resistere alla tentazione di scrivere lo stesso carme con "andamento bustrofedico" (se ho ben capito la lezione di quell'ampolloso professorino che risponde al nick di Gimand)

Quindi,
Chi non avesse capito cos'è la "scrittura bustrofedica", si legga il componimento qui sotto riportato, scritto come si è detto, in bustrofedico verticale, su quattro facciate, come il cippo del "Lapis Niger", ma in caratteri Latini e non Calcidesi (ma cosa sono i caratteri Calcidesi? Boh!), e, comunque, dedicata al sikano:






Per chi, comunque, non ci capisse una mazza (vale a dire: tutti quelli che leggeranno), eccovi qua sotto lo stesso carme scritto "Alla vecchia maniera":
----------------------------------------------------------------------------------------------
SE FOSSE IL BUON SALVUCCIO DI MENS SANA
RITORNEREBBE A SCUOLA IN SETTIMANA

POICHE' PERO' SI CREDE GRANDE EDOTTO
SUI MASSIMI SISTEMI (MA ORMAI CI HA ROTTO)
LUI DELLA SCUOLA SNOBBA LA LEZIONE
E MENA VANTO DI SUA INFORMAZIONE

E GLI DICIAM DAL FONDO DELLE STALLE:
"TU ALLA FIN SCASSATO CI HAI LE PALLE,
IMPARA A FARE I CONTI PRESTO E BENE,
PERCHE' COI TUOI SVARION CI HAI ROTTO IL PENE"
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Verticalizzati qualcos'altro!

Messaggio  Gimand il Mer Nov 18, 2009 4:54 pm

Superciuk ha scritto:Cari amici, etilici e non:
Scusate innanzitutto se "esondo" dalle stanze dei "Carmi etilici" , ma non potevo resistere:

a) Non potevo resistere alla tentazione di comporre un carme sulla estrema competenza in calcoli statistici del sikano.
b) Non potevo di conseguenza resistere alla tentazione di scrivere lo stesso carme con "andamento bustrofedico" (se ho ben capito la lezione di quell'ampolloso professorino che risponde al nick di Gimand)

Quindi,
Chi non avesse capito cos'è la "scrittura bustrofedica", si legga il componimento qui sotto riportato, scritto come si è detto, in bustrofedico verticale, su quattro facciate, come il cippo del "Lapis Niger", ma in caratteri Latini e non Calcidesi (ma cosa sono i caratteri Calcidesi? Boh!), e, comunque, dedicata al sikano:
......................................................................................................................................



MA VA LA', SBEVAZZONE!!

carme bustrofedico!, e per di più verticale.

Ma cosa vuoi verticalizzare?

tu non riusciresti a verticalizzare neppure il tuo:



con tutte le damigiane che ti sei bevuto
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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Angela il Gio Nov 19, 2009 12:18 pm

Gimand!

Sei... terribile!
Lo vuoi lasciar stare? Ma non vedi come si impegna? Anche nella scrittura bustrofedica... e poi lui drunken ...
è un artista!

Superciuk... non temere, finchè ci sarò io in giro il Prof. Gimand non potrà mai cacciarti... Lui sarà anche amico del Preside... ma caro Superciuk qui chi comanda davvero è lei scratch la nostra mitica Direttrice!


sunny
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Ave atque vale

Messaggio  Gimand il Ven Gen 08, 2010 8:13 pm

Ricordate il carme di Ugo Foscolo: "In morte del fratello Giovanni"?


Un dì, s'io non andrò sempre fuggendo
di gente in gente, me vedrai seduto
su la tua pietra, o fratel mio, gemendo
il fior de' tuoi gentil anni caduto.

La Madre or sol suo dì tardo traendo
parla di me col tuo cenere muto,
ma io deluse a voi le palme tendo
e sol da lunge i miei tetti saluto.

Sento gli avversi numi, e le secrete
cure che al viver tuo furon tempesta,
e prego anch'io nel tuo porto quiete.

Questo di tanta speme oggi mi resta!
Straniere genti, almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.




Si tratta di un sonetto composto nel 1803, quando il poeta era già in esilio.
Ed ora facciamo un salto indietro di quasi duemila anni: Caio Valerio Catullo: carme101. Vi ricorda qualcosa? Specialmente nell’incipit?


Multas per gentes et multa per aequora vectus
Advenio has miseras, frater, ad inferias,
Ut te postremo donarem munere mortis
Et mutam nequicquam adloquerer cinerem,
Quandoquidem fortuna mihi tete abstulit ipsum,
Heu miser indigne frater adempte mihi.
Nunc tamen interea haec prisco quae more parentium
Tradita sunt tristi munere ad inferias,
Accipe fraterno multum manantia fletu,
Atque in perpetuum, frater, ave atque vale.


Traduzione:

Sbattuto per molte genti e molti mari
Arrivo finalmente alla tua povera tomba, o fratel mio,
per portarti l’estremo dono dei morti,
e invano parlar con le tue cener mute.
Giacché la fortuna a me ti ha strappato,
povero fratello orribilmente strappatomi, ora
accetta, triste omaggio tributato alla tomba,
queste offerte stillanti di pianto fraterno,
secondo l’uso dei nostri antichi avi,
e per sempre, o fratello, addio e addio.








Sì, c'è qualche differenza. Catullo ritorna alla tomba del fratello dopo aver molto vagato di gente in gente. Foscolo spera soltanto di ritornare a rendere omaggio alla tomba del fratello scomparso (...S'IO non andrò sempre fuggendo...), e se proprio non ci riuscirà, almeno da morto (...almen le ossa rendete
allora al petto della madre mesta.).

Due poesie famose e così tanto simili. Probabilmente Ugo Foscolo s'era ispirato a Catullo nel comporre il sonetto; probabilmente anche Catullo s'era ispirato a qualche poeta greco nel comporre il carme 101, e chissà dove andremmo a parare se disponessimo di tutte le poesie dell'antichità. Purtroppo dobbiamo fermarci a Catullo: a quel dolore che, da sempre, ispira questi struggenti poemi a chi perde un congiunto così vicino nell'età e nella vita.
Vorrei, quindi, dedicare questa "stanza" a mio fratello, anche lui, caduto nel fior dei suoi gentili anni, come scriveva Foscolo ed un "ave atque vale", che equivarrebbe, in questo caso, ad un "riposa in pace" - come scriveva Catullo.
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La Colonna Traiana

Messaggio  Gimand il Mer Mag 02, 2012 1:29 am

Il Foro Traiano, dei cosiddetti "Fori Imperiali" di Roma è stato senz'altro il più "recente". Cosa sono stati i Fori imperiali? Furono degli sventramenti che tra la fine della Repubblica (40 a.C.) ed il principato, appunto, di Traiano (98-117 d.C.) consentirono di "decongestionare" il centro storico di Roma antica che, fino ad allora, aveva sempre gravitato attorno alll'antico Foro repubblicano.
Il primo (ed il più "piccolo") fu il "Foro di Cesare" iniziato da Divo Giulio e completato sotto il principato di Augusto. Dal momento che non era sufficiente, lo stesso Augusto ne fece edificare un altro, proprio di fianco a quello di Cesare, deniminato appunto: "Foro di Augusto". Si andò avanti così fino al 79 d.C. quando, sotto Vespasiano (69-79 d.C.), iniziarono i lavori per la costruzione di un terzo foro, prolungamento dei due precedenti, denominato "Foro della Pace". Morto Vespasiano, i suoi successori, i figli Tito e Domiziano, iniziarono l'edificazione di un quarto foro che raccordasse il foro di Vespasiano con quelli di Cesare e Augusto, il cosiddetto "Transitorium" o "Foro di Nerva", così denominato perché fu l'imperatore Marco Cocceio Nerva ad inagurarlo subito dopo che Domiziano fu accoppato.
Ma il più grandioso di tutti venne costruito per ultimo, il "Foro di Traiano". Fu edificato a Nord di tutti gli altri e, per poterlo "inserire" a prolungamento e conclusione dei precedenti si rese necessario demolire la "sella" che univa il colle del Quirinale con il Campidoglio. Solo la rimozione di quello sperone di roccia possiamo definirla un opera colossale. Furono asportate migliaia di tonnellate di roccia (con le attrezzature dell'epoca!), ricavato uno spiazzo esteso quanto i fori di Cesare e di Augusto messi assieme, edificati i "Mercati Traianei", la "Basilica Ulpia", le due biblioteche, la "Latina" e la "Greca" ed il "Tempio di Traiano".






Infine, nello spazio ricavato tra le due biblioteche ed il tempio, il manufatto più famoso:

LA COLONNA TRAIANA


Come tutto il "Foro Traiano", la progettazione della colonna fu dovuta al genio di Apollodoro Damasceno, un greco di Damasco che già s'era reso famoso per aver costruito in pochi giorni un meraviglioso ponte sul Danubio, che aveva consentito alle legioni di Roma di invadere velocemente la Dacia. Per innalzare la colonna, furono trasportati da Paro diciotto cubi di un marmo speciale, di cinquanta tonnellate ciascuno: un miracolo per quei tempi. Su di essa furono incise, in bassorilievo, duemila figure, secondo uno stile vagamente neorealista, cioè con molta propensione alla crudezza delle scene rappresentate. E' un'incisione troppo "gremita" per essere definita bella, ma dal punto di vista documentrio è interessante (in origine era policroma, con inserti di metallo rappresentanti le armi dei soldati), anche perché è uno dei pochi documenti che ci raccontino dell'epoca di Traiano e delle sue imprese.
Infatti, il regno di Traiano è avvolto nell'ombra quasi totale. E non perché appartenga ad un periodo della storia di Roma che potremmo definire "buio", sotto l'aspetto della documentazione. Per il periodo prima e quello immediatamente successivo le fonti sono pur sempre incomplete, ma soddisfacenti. Disponiamo infatti di Tacito, che scrive durante il regno di Traiano, ma che ha chiuso le sue preziose cronache con il regno di Domiziano. Quindi abbiamo la "Historia Augusta", che inizia proprio con il successore di Traiano, Adriano.
Così, per un imperatore che i cronisti successivi hanno ritenuto superiore ad Augusto e per un regno definito "la rinascita della romanità", abbiamo solo un'epitome bizantina dell'opera dello storico greco Dione Cassio (vissuto oltre un secolo dopo Traiano); le lettere e i panegirici di Plinio il giovane, amico personale dell'imperatore; un "frammento" tratto dai "Commentarii de bello dacico" dello stesso Traiano, per il resto andati completamente perduti e, infine, la Colonna Traiana, che forse dei commentarii era la trasposizione visiva.
Davvero poco per un'impresa, come quella dacica, che costituì una delle più importanti guerre della Roma imperiale, e per quella successiva, in Partia, che portò l'impero alla sua massima estensione: conflitti che permisero all'Urbe di sconfiggere due nemici plurisecolari, e di vendicare cocenti sconfitte.

S'è detto che la Colonna Traiana è un'opera "neorealista" per la crudezza delle immagini. Una delle più drammatiche raffigura il re dace Decebalo, ormai circondato da romani, nell'atto di puntarsi il coltello alla gola, senza che il cavaliere più vicino riesca a impedirne il suicidio. Nella scena successiva (posta in cima alla colonna), la testa del sovrano viene portata da alcuni soldati al cospetto dell'imperatore.
Nel 1965 fu rinvenuta a Gramini, in Grecia, la stele funeraria di un cavaliere romano. La lapide, come in molti altri casi, forniva alcuni dettagli sulla vita del soldato, ma vi era incisa un'informazione che l'ha resa infinitamente più preziosa di tante altre: l'uomo cremato sotto di essa asseriva essere l'autore della cattura di Decebalo, e di averne portato la testa all'imperatore Traiano.
Da allora, quel cavaliere scolpito accanto al re dei daci sulla Colonna Traiana ebbe un nome: Tiberio Claudio Massimo.




Ed ecco infine un immaginario colloquio tra il progettista dell'opera Apollodoro Damasceno e l'imperatore Traiano:



La Colonna Traiana: un monumento assai poco trionfale, per essere la celebrazione suprema della guerra più importante dell'Impero Romano: le marce, i lavori massacranti, le battaglie, le sofferenze dei soldati e della popolazione civile, infine la testa di Decebalo, offerta all'imperatore su un piatto d'argento da Tiberio Claudio Massimo. Da quel che ne sappiamo avrebbe dovuto essere una trasposizione dell'opera di Traiano, i Commentarii delle guerre daciche, che l'imperatore aveva scritto sul modello del "De bello gallico" di Giulio Cesare. Un lavoro obiettivo, ben poco celebrativo rispetto agli eccessi di vanagloria in cui incorsero solitamente i conquistatori romani e non solo romani; almeno, per le parti di cui il sovrano poteva parlare come terstimone.
Un capolavoro.
Un capolavoro che, in un certo senso, rende minuscoli persino i grandi delitti di cui fu costellata questa guerra. Come tutte le guerre.


Ultima modifica di Gimand il Gio Mag 03, 2012 12:24 pm, modificato 5 volte
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Re: Il mio "Avatar"

Messaggio  Angela il Mer Mag 02, 2012 12:11 pm

Gimand, perchè la Chiesa ci ha messo sopra la statua di San Pietro?

Insomma, dai… metterci sopra la statua di un santo quando questa colonna è stata fatta per un antico imperatore pagano, non è stato renderla un monumento cristiano che simboleggia la vittoria della Chiesa sulla cultura pagana?
La mia non è una polemica, carissimo amico “ateo devoto”, ma io, pur riconoscendo alla Chiesa il merito di aver saputo recuperare moltissime opere che diversamente in questo Paese di menta sarebbero andate perdute… insomma, Prof... io non posso fare a meno di notare che i sottanoni sono sempre i soliti furbastri.

P.S.
Ho guardato anche il video. Potrebbe essere lo spunto per una riflessione... vedremo.


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